Uno spettro si aggira per l’Italia, si chiama patrimoniale

Su Chicago Blog, Oscar Giannino torna sul tema della patrimoniale, finalmente entrato nel dibattito pubblico di un paese che ama vivere col torcicollo, guardandosi indietro e ripetendo gli stessi errori del passato. Della tentazione di una “compensazione” tra debito pubblico e ricchezza privata, avete letto e leggete su questo sito da molto, moltissimo tempo.

Più di recente, per la serie arieccoli, la proposta di una patrimoniale è stata avanzata da un esperto indiscusso della materia, quel Giuliano Amato che nel 1992 “salvò” il paese con un bel prelievo notturno su conti, depositi ed immobili. Oggi il dottor Sottile, dalle assai simboliche colonne di “Critica sociale“, si conferma personaggio eterno dell’italica commedia dell’arte, sempre pronto a lisciare il pelo al Potere, quello più spregiudicato, quello dei parassiti che pasteggiano sulla nostra pelle e sul nostro lavoro. Ma soprattutto si conferma capace di usare registri linguistici funzionali a toccare le corde della nostra sinistra, quella che si divide tra rivoluzionari in cachemire e membri di comitati d’affari.

Un prelievo medio di 10.000 euro pro-capite? E che sarà mai, per un paese che ha una ricchezza finanziaria ed immobiliare netta pari al 550 per cento del Pil, cioè 135.000 euro pro-capite? Basta pronunciare la parolina magica, “progressività”, e potremo abbattere di un terzo il nostro monte di debito pubblico, senza soffrire più di tanto. Certo, dopo questa ventata di progressismo avremmo ancora un rapporto debito-Pil pari a circa l’80 per cento, cioè superiore all’analoga metrica spagnola odierna, ma sono dettagli, l’importante è lanciare il “dibattito”, magari reggendosi la fronte con alcune dita e descrivendo ampie volute nell’aria con l’altra mano.

Altro personaggio che ha (involontariamente, dice) introdotto nel dibattito pubblico il tema della patrimoniale è il tremontiano professor Marco Fortis, di recente costretto a precisare meglio il proprio pensiero, senza chiarire alcunché. Nell’ultimo di tali interventi, Fortis ribadisce che lo stock di ricchezza privata è fondamentale per la “sostenibilità finanziaria complessiva del nostro paese”. Come si possa utilizzare una grandezza patrimoniale per fare un discorso di sostenibilità finanziaria senza vedere volteggiare nell’aria matite blu resta un mistero di questo paese di analfabeti economici.

Fortis aggiunge che la riduzione del rapporto debito-Pil per effetto di maggiore crescita non rappresenta comunque una metrica significativa, poiché “non abbatte realmente il debito pubblico”. Certo che no, anche se la crescita, ceteris paribus, gonfia il gettito fiscale conseguendo (auspicabilmente) un avanzo primario col quale piegare il rapporto debito-Pil (e magari pure le aliquote d’imposta); rapporto che i mercati, in barba a Fortis, continuano invece a scrutare con grande attenzione. Certo, come afferma il vicepresidente della Fondazione Edison, la via maestra è il taglio della spesa, e su questo concordiamo, ma pare che non ci si riesca realmente, quindi meglio cercare altre vie. Per Fortis, invocare la crescita del Pil come panacea dei mali del mondo è illusorio e finanche ingannevole, pare di capire, visto inoltre che oggi la crescita è come l'”erba voglio”, non cresce neppure nel giardino della regina Merkel. Ohibò, davvero? E che dire della nota (ma non a Fortis) relazione in base alla quale, quando il costo reale del debito eccede la crescita reale il rapporto debito-Pil prende una traiettoria esplosiva? Studiatevi questo, potrà servirvi.

Noi siamo convinti di aver scoperto un nuovo caratterista, probabilmente di doti ancora più sopraffine rispetto a quelle di Tremonti, e dal pronunciatissimo gusto per il paradosso. Sentite questa: conta il Pil nominale più che quello reale, perché è dal primo che (data la struttura delle aliquote) origina il gettito fiscale, e sotto quest’ultimo profilo l’Italia è messa meglio (sic) della Germania, poiché le nostre entrate, nel decennio 1999-2009, sono cresciute del 31 per cento contro solo l’11 per cento tedesco, sulla base di una pressione fiscale percentualmente stabile nel tempo. Dunque, prima si dice che occorre tagliare la spesa, perché tanto la crescita non c’è, poi ci si vanta di avere un sistema fiscale estremamente “produttivo” in termini di gettito, come se fosse un merito per se. Il tutto beandosi dello stock di ricchezza del paese. Davvero, qui c’è qualcosa che continua a sfuggirci.

Ma forse l’argomentazione di Fortis, molto banalmente, è che i mercati dovrebbero fidarsi di noi e non chiederci rendimenti elevati sul nostro debito, perché in fondo quel debito è “garantito” non solo dalla base fiscale ma anche da quella patrimoniale del paese. Ma i mercati sembrano non ragionare in questi termini. Così, scarnificato anche quest’ultimo tremontismo evoluto, ci resta l’osso della patrimoniale come ultima arma per tenere il paese in rotta di galleggiamento. Scopriremo presto come andrà a finire: se l’anno prossimo la Spagna entrerà nel mirino della “speculazione”, che ha capito che questa Europa non ha alcuna intenzione di correggere gli squilibri strutturali della propria costruzione, l’Italia seguirà a ruota. E allora arriverà il redde rationem. Una classe politica inetta si nasconderà dietro ad un bel governo tecnico, che non potrà fare altro che procedere ad un prelievo straordinario, finanziario ed immobiliare, presentato a reti unificate come l’alba di una nuova era, in cui l’oro alla patria non sarà stato donato invano.

Quanto alla proposta di Giannino (abbattimento del 20 per cento in più anni delle aliquote d’imposta, compensando il buco di gettito con una patrimoniale “di scopo”), è interessante ma difficilmente praticabile. Perché questa classe politica non vuole fare la rivoluzione ma tirare a campare, occasionalmente cercando di mettere toppe che sono altrettanti furti con scasso. Quelli che permettono alla Casta di continuare a banchettare alla faccia dei coglioni che si dividono, berciando, in tribù destre e sinistre.

State bene, se potete.

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