Aspettando la frustata

Mentre contiamo i giorni in attesa che l’epocale consiglio dei ministri previsto questa settimana (ma che sta rivelandosi un bersaglio eccezionalmente mobile) metta in Costituzione che tutto è permesso ma anche no, il Sole24Ore ci ricorda, molto opportunamente, che nel nostro paese ci sono 16 bandi di gara di controvalore unitario almeno pari a 5 milioni di euro ed ammontare complessivo di 2,6 miliardi di euro, pubblicati dall’Anas tra gennaio 2008 e dicembre 2009, che non sono mai stati aggiudicati e mai quindi si sono trasformati in cantieri.

Tra le motivazioni, la classica mancanza di fondi fa la parte del leone. Esemplare è il caso del bando per il Megalotto 3 della statale Jonica, pubblicato nel dicembre 2008. Come ci informa il pezzo (non firmato) del Sole,

(…) l’utilizzo da parte del governo Berlusconi dei fondi ex Fintecna per finanziare il taglio dell’Ici ha fatto venir meno 265 milioni destinati a quest’opera. Tutto si è bloccato, poi l’esecutivo ha promesso di coprire il buco con fondi FAS statali, ma la cosa non è avvenuta e la gara non è ancora aggiudicata.

Notevole anche il fatto che risulta sospesa anche la gara (bandita a luglio 2008) per il terzo tronco della statale 268 del Vesuvio “per problemi di finanziamento da parte della Regione Campania”, come informa l’Anas.

Forse queste infrastrutture stradali non servono realmente. Forse gli stessi fondi potrebbero essere destinati ad altri e più proficui utilizzi, in termini di moltiplicatore della spesa pubblica, certamente su valori più elevati di quelli prodotti dall’abolizione dell’Ici sulla prima casa. Ma il punto è un altro: che la spesa in conto capitale, in questo paese, continua ad essere considerata una voce di spesa “voluttuaria” e comprimibile, sotto governi di ogni colore. Anche Prodi fece qualcosa di analogo, nei suoi precedenti governi, incluso quello che guidò la convergenza all’euro, quando si compì il “miracolo” di una poderosa stretta sulle uscite pubbliche, grazie soprattutto al blocco del tiraggio di tesoreria ed al rinvio di progetti d’investimento. Anche allora si parlò di austerità virtuosa nel controllo della spesa pubblica, proprio come si fa oggi con l’azione di Tremonti. La continuità regna sovrana, in Italia.

La realtà è che questo approccio, che considera la spesa per investimenti come variabile residuale nel quadro delle erogazioni pubbliche, è figlio della crisi fiscale del paese e della cultura di emergenza finanziaria che viviamo da alcuni lustri; crisi che è destinata ad aggravarsi se non riusciremo ad alzare in modo strutturale la crescita del paese. La spesa per investimenti contribuisce alla crescita della produttività totale dei fattori, e quindi alla crescita di lungo periodo. Pensare di farne a meno (magari con qualche motivazione da liberismo da circo secondo la quale l’investimento pubblico non serve) condanna il paese al declino, con o senza la costituzionalizzazione di solenni principi liberali o lo spostamento di fondi pubblici da un capitolo di spesa all’altro, come i celeberrimi aerei di Mussolini.

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