Una poison pill chiamata Grecia

Pare che, per la quindicesima volta o giù di lì, siamo prossimi ad un accordo per il salvataggio della Grecia. Almeno ciò è quanto emerge da alcuni spifferi artatamente rilasciati dai soliti noti della Ue, dopo l’ultimo meeting viennese dei ministri delle Finanze, la settimana scorsa. In particolare l’idea, assai poco originale, è quella di fare partecipare anche gli investitori privati allo sforzo di reprofiling, inducendoli a concambiare titoli da essi posseduti, con scadenza 2012-2013, con altri titoli a scadenza protratta. E qui sorgono gli abituali problemi metafisici.

In particolare: come dovrebbe svolgersi questo concambio? Ma soprattutto, sicuri che di concambio si tratti? Ad esempio, per la Banca centrale europea dovrebbe essere un semplice rollover, cioè il reinvestimento di titoli giunti a naturale scadenza in altri del medesimo emittente. Facile a dirsi, ma con che rendimento? Se fosse quello di mercato sarebbe un suicidio in eurovisione, visto che oggi il titolo quinquennale greco rende circa il 17 per cento, e quello decennale oltre il 16.

In alternativa, i tedeschi caldeggiano un concambio, cioè una mossa anticipata rispetto alle scadenze naturali dei titoli, per sottoscrivere nuovi titoli a scadenza sette anni. Questi titoli dovrebbero avere rendimento pari all’incirca al tasso pagato dalla Grecia sui fondi di emergenza erogati da Ue e FMI. Anche qui l’esito sarebbe il default, visto che si tratterebbe di tassi fuori mercato. Ma i tedeschi, che notoriamente pensano a tutto, suggeriscono di aggiungere uno zuccherino, dando ai nuovi titoli uno status senior, cioè privilegiato nei rimborsi rispetto a quelli vecchi. Variante sul tema, molto teutonica, sarebbe quella di impedire alla Bce di accettare i vecchi titoli in contropartita di operazioni di finanziamento. Ma in questo caso lo scambio avrebbe la stessa volontarietà di una pistola puntata alla tempia di qualcuno altro, per convincerlo della bontà delle proprie argomentazioni, ed oltre al default scatterebbe anche il regolamento dei credit default swap, con annesso funghetto atomico. Non se ne esce, signori. E dopo la Grecia, abbiamo già il Portogallo in pipeline, per tradizione mediterranea.

Ribadiamolo: a voi sembreranno pure tecnicalità, sufficienti per non arrivare alla fine di questo post; in realtà sono la chiave di volta di un tentativo, sempre più grottesco, di prendere tempo, sperando che nel frattempo la Grecia (e soprattutto, i greci) si mettano a crescere improvvisamente, abbandonando le piazze e gli espedienti contabili “italiani” per mostrare di aver fatto quanto vi fosse da fare.

Nel frattempo, il paese sta adempiendo perfidamente al programma di privatizzazioni, visto che oggi il governo di Atene ha attivato l’opzione put che consegna ai tedeschi di Deutsche Telekom un ulteriore 10 per cento di OTE (la società ellenica di telecomunicazioni) che si aggiunge al 30 per cento acquisito nel 2008. E questa è una pillola avvelenata visto che la società, che doveva essere la testa di ponte della conquista tedesca dei Balcani, si sta in realtà rivelando un Vietnam. Dopo i 3,8 miliardi di euro già gettati nella fornace greca, ora DT dovrà aggiungerne altri 400 milioni. Dal 2008, la capitalizzazione di Ote (che opera sia nel fisso che nel mobile) si è dimezzata e la società, dal 2008 al 2010, ha perso circa il 15 per cento di utenti al servizio mobile.

Curiosamente, il governo greco si tiene ben stretto tutto il capitale della società nazionale di scommesse, Opap, valutato a circa 1,5 miliardi di euro. Ecco qualcosa a cui il governo italiano potrà pensare quando si ammalerà della sindrome greca, dopo aver dibattuto furiosamente su centrali nucleari fantasma e referendum di liberazione.

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