L’eurogabbia. Di matti

Questa mattina i mercati respirano (si fa per dire), dopo che il vertice dei ministri delle Finanze di ieri, a Lussemburgo, ha deciso che lo European Stability Mechanism (ESM), il veicolo che dalla seconda metà del 2013 sarà preposto a gestire i salvataggi dei debitori sovrani dell’area euro, potrà emettere titoli che non saranno classificati come prioritari nell’ordine dei rimborsi rispetto ai titoli di stato dei paesi sotto assistenza finanziaria. Dopo pochi mesi, siamo al contrordine.

Il motivo è comprensibile: se i paesi in guai finanziari devono (prima o poi) tornare sul mercato a finanziarsi, il solo fatto di avere prestiti da un veicolo comunitario che è creditore privilegiato, riduce drammaticamente l’appetibilità dei titoli di stato di questi paesi per gli investitori. Per quale motivo dovrei comprare debito sovrano irlandese, o portoghese, se le probabilità di rimborso si riducono perché prima Dublino e Lisbona devono rimborsare i soldi ricevuti dall’ESM e solo dopo, se avanza qualcosa, rimborseranno me? A prescindere dalla effettiva capacità di rimborso dei paesi assistiti, s’intende. Quella è tutta da verificare, naturalmente, ma è significativo che la crisi abbia segnato un’accelerazione proprio dopo l’annuncio dello status di creditore privilegiato dell’ESM, mesi addietro.

Anche per questo motivo appare ancor più surreale la dichiarazione di Jean-Claude Juncker, il sempiterno presidente dell’Eurogruppo, che ha definito la decisione di ieri come “buone notizie” per i tre paesi in assistenza finanziaria. Dopo che, mesi addietro, aveva naturalmente elogiato lo status di creditore prioritario assegnato all’ESM, al fine di rassicurare i contribuenti tedeschi, che ormai hanno perso la bussola nell’inseguire le cacofoniche giravolte di Angela Merkel e Wolfgang Schäuble, ormai sempre più simili a due leader leghisti in gita a Pontida. Quanto è complesso il mondo, signora mia.

E sempre dalla Germania, interessante proposta delle lobby del credito, pubblico e privato: noi partecipiamo al rinnovo “volontario” dei nostri crediti verso la Grecia, come da richieste della Kanzlerin, ma lo stato ci fornisca di garanzie pubbliche, in caso qualcosa andasse storto. Se si chiama Private Sector Involvement, un motivo ci sarà. Chiedere garanzie pubbliche per pararsi il fondoschiena, riporta il cerino col cartellino del prezzo in mano al contribuente. Ci vuol pazienza, son banchieri.

E per i nostri piccoli e grandi scienziati, quelli che “è semplice: la Grecia torni alla dracma, e i problemi si risolveranno”, vi omaggiamo delle riflessioni di Tyler Cowen sulle ipotetiche modalità di reintroduzione di una valuta nazionale. Chiusura delle banche per alcuni giorni e riapertura con distribuzione di “Euro Greci” o “Euro Dracme”? Oppure identificazione degli euro nazionali dalla lettera di controllo (per la Grecia è la Y, per l’Irlanda la T)  e dichiarazione solenne che da quel momento tali banconote sarebbero le nuove dracme? E che accadrebbe, fuori dalla Grecia, ai detentori di euro “greci” o, equivalentemente, entro i confini greci, ai fortunati possessori di euro “non-greci”? Ad esempio, che accadrebbe ai turisti tedeschi di ritorno in patria carichi di euro greci dopo vacanze elleniche, ammesso di non essere presi a male parole (o peggio) dagli indigeni? La Bce o il governo tedesco agirebbero per indennizzare i danneggiati, concambiando le banconote greche in altre “buone”?

Da oggi cercherete anche voi la lettera di controllo sulle banconote in euro? E quali cercherete di spendere, prima? L’italica S vi piace o preferite liberarvene? Chi scrive è, in questo momento, felice possessore di una banconota da 5 euro olandesi, ad esempio, e si sente certamente più protetto da sciagure finanziarie. Naturalmente, quanto finora scritto è valido solo per il circolante. Sulla moneta elettronica affari vostri, il bancomat è laggiù.

Tutto questo per ricordarvi che uscire da una moneta non è come sparare idiozie su un blog o in un forum, pensando di avere scoperto la pietra filosofale. Perché in ognuno di noi alberga uno Juncker, in fondo.

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