Il default greco? Quando le banche saranno pronte

Mentre i mercati sembrano storcere il naso di fronte alle nuove misure pro-Grecia, giudicandole insufficienti e/o ancora indeterminate (cioè con un elevato execution risk, come direbbero quelli che sanno l’inglese), la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha fatto due conti sull’evento epocale della compartecipazione dei privati ai sacrifici sul debito greco, ed avrebbe scoperto che le banche tedesche pagheranno circa 1 miliardo di euro, per effetto delle decisioni di giovedì, mentre per quelle francesi il cartellino del prezzo sarebbe di circa 1,5 miliardi. Nel complesso, nulla che gli accantonamenti a rischi non possano sostenere.

Il motivo di un haircut implicito di solo il 21 per cento sul debito greco (ne servirebbe probabilmente ril triplo) deriverebbe dal fatto che, per le banche elleniche, anche quella modesta frazione rappresenta una botta da 10 miliardi di euro, ovviamente non gestibile con gli accantonamenti ordinari, e che finirebbe col metterle in condizioni di insolvenza, che a sua volta richiederebbe (richiederà) nuove iniezioni di fondi pubblici, sovranazionali per la precisione.

Sta quindi accadendo, pur se con lentezza esasperante, quello che avevamo previsto tempo addietro: la crisi greca (e non solo) terminerà solo quando le banche europee, soprattutto tedesche e francesi, potranno sopportare il default con tasso di recupero (recovery rate) compatibile con gli accantonamenti fino a quel momento effettuati. Occorre solo prendere tempo, quindi. Come scrivevamo:

«Nei fatti, il debito greco (ma anche quello irlandese e verosimilmente quello portoghese) continuerà ad essere ristrutturato per via “istituzionale”, cioè fuori mercato, fino al momento del default sovrano, che accadrà solo quando le banche saranno riuscite ad ammortizzarne le perdite. Ancora una volta, fondi pubblici proteggeranno crediti privati. La storia continua a ripetersi»

La variante è: debito ristrutturato per via istituzionale e dai privati, ma solo compatibilmente con i loro accantonamenti. La tragedia è che, nel frattempo, il paese coinvolto viene scorticato vivo e si allontana sempre più dalla possibilità di conseguire quell’agognato avanzo primario che gli permetterebbe di mandare a stendere i creditori, rendendosi autosufficiente. Anche di quello abbiamo già parlato, qui:

«(…) per un paese, raggiungere un avanzo primario significa che le entrate superano le spese, quest’ultime calcolate escludendo gli interessi sul debito. A questo punto, il paese potrebbe ricorrere ad un default “strategico” sul proprio debito, cioè a dire ai creditori esteri una frase del tipo:

“Signori, non abbiamo più bisogno di altro debito per far funzionare lo stato, ce la facciamo da soli perché incassiamo più di quanto spendiamo. Anzi, per liberare risorse per la crescita e compensare i nostri cittadini delle sofferenze patite in questi anni, abbiamo deciso che rimborseremo solo il 50 per cento di quello che vi dobbiamo. Anzi, facciamo il 30 per cento, va, visto che dobbiamo garantire ai nostri depositanti che le nostre banche non falliranno. A loro rimborseremo il 100 per cento dei nostri titoli di stato, perché sono patriote, e non volgari speculatori come voi stranieri. Game over

Se i PIG riusciranno a vedere l’alba dell’era dell’avanzo primario, i default e le ristrutturazioni avranno improvvisamente elevata probabilità di realizzarsi, e saranno tutti problemi delle banche creditrici, sempre che le medesime nel frattempo non abbiano aumentato gli accantonamenti a perdite, e possano quindi permettersi di incassare il default senza sanguinare troppo»

Nel frattempo, riguardo la “eccezionalità” dell’intervento a beneficio della Grecia, ovviamente nessuno se l’è bevuta. Men che meno Fitch, che ha già fatto sapere che sta attendendo il 2013 (accadrà ben prima, però), per capire se Portogallo e Irlanda ce la faranno a tornare sui mercati con le proprie gambe e, sulla base di questo evento (o del suo mancato verificarsi) valuterà la probabilità di coinvolgimento dei privati e quindi rivedrà il rating sovrano dei paesi coinvolti. Nulla di nuovo, sotto il sole.

Ecco perché, dunque, le banche europee necessiteranno di altre ricapitalizzazioni, e non di lieve entità, prima di permettere alla “ecologia finanziaria” di fare il proprio corso, e di portare Grecia e Portogallo (forse non l’Irlanda, che potrebbe trarsi d’impaccio attraverso i propri avanzi commerciali) a poter dichiarare con un gemito liberatorio questo benedetto default, e tornare a guardare avanti senza che i propri cittadini si sentano come delle prede braccate.

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