E Bernanke inchiodò i tassi. E fors’anche la sua reputazione

Dopo l’abituale follia (questa volta al rialzo) di Wall Street di ieri, successiva al comunicato del FOMC, è utile tentare di analizzare cosa è accaduto e cosa accadrà. Partendo da un’idea di fondo: la terza puntata dell’easing quantitativo (QE3) è comunque arrivata.

La dichiarazione finale del meeting della Fed, nata da una votazione con ben 3 membri in dissenso, ha una frase-chiave:

«Il comitato attualmente prevede che le condizioni economiche – inclusi bassi tassi di utilizzo delle risorse ed una prospettiva di inflazione contenuta nel breve periodo – è probabile che giustifichino livelli eccezionalmente bassi per i tassi sui fondi federali almeno fino a metà 2013»

Questa frase pone un preciso orizzonte temporale al precedente wording “per un esteso periodo”. Che cambia, in concreto? Che le attese degli agenti economici ora possono modellarsi su un preciso termine, due anni almeno. Questo significa che il rendimento nominale del Treasury a due anni finisce a zero, e per quella via che tutta la curva dei rendimenti si abbassa, a meno di impennate del premio al rischio, magari per attesa di nuovi downgrade da parte delle agenzie di rating.

Questo implica che gli investitori, visto il rendimento sempre più depresso (e da oggi ufficialmente inchiodato) dei Treasury, che diverrà fortemente negativo in termini reali, cercheranno di comprarsi più rischio, nella forma di obbligazioni corporate, high yield e, soprattutto, azioni. Se le cose andranno in questi termini, dovrebbe riprodursi l’effetto prodotto dall’annuncio del QE2, lo scorso anno a fine agosto. Congiuntura permettendo, ovviamente. Inoltre, al giungere a scadenza dei titoli nel portafoglio della Fed (mortgage e Treasury), la banca centrale americana probabilmente investirà il controvalore in Tresury lunghi, per abbatterne il rendimento. Possibile anche una gestione attiva del portafoglio della Fed, con vendita della parte breve della curva ed acquisto di quella lunga, per le stesse finalità dette sopra.

Funzionerà? Non è dato sapere: l’impressione è che tutti questi magheggi stiano progressivamente arrivando al capolinea di credibilità, ma potremmo sbagliarci. La combinazione di stretta fiscale e politica monetaria a tasso zero deprimerà ovviamente il dollaro, a meno che una recessione in Asia e nei paesi emergenti o il collasso dell’area euro non ci mettano la coda: in quel caso il biglietto verde finirebbe con il ridiventare un porto sicuro, con buona pace di S&P. Ma di certo, se l’inflazione dovesse riscaldarsi (anche per effetto di questa manovra, e dell’impatto di un dollaro debole sulle materie prime), il fatto di avere tassi bloccati per due anni finirà col produrre forti tensioni in seno alla stessa Fed oltre che sui mercati, ormai in preda ad una fibrillazione (al rialzo ed al ribasso) difficilmente contenibile.

Aspettiamo e capiremo se, oltre ai tassi, Bernanke avrà con questa manovra inchiodato anche la propria reputazione, qualunque essa sia diventata.

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