Il gombloddo amerikano

Tutti i cospirazionisti valutari, quelli che “l’America sta cercando di distruggere la zona euro, perché sta diventando ingombrante, e lo fanno con le agenzie di rating”, considerino che gli Stati Uniti hanno bisogno di tornare a crescere ma, al momento, hanno il piccolo problema di una balance sheet recession (cioè di troppi debiti, in soldoni) in capo ai consumatori, che in condizioni normali contribuiscono per circa il 65-70 per cento al Pil.

La via di uscita, come i più perspicaci tra voi avranno immaginato, potrebbe essere quella di spingere le esportazioni. In effetti, tempo addietro esisteva un fantomatico piano della Casa Bianca che mirava al raddoppio dell’export entro un quinquennio. Per ottenere ciò servirebbe un dollaro debole. Sfortunatamente, nelle fasi di forte avversione al rischio, il dollaro tende a rafforzarsi, essendo ancora la maggior valuta internazionale di riserva e rappresentando la prima potenza militare e geopolitica del pianeta, per quanto ammaccata.

Come si può osservare in questi giorni e queste ore, la crisi europea e le condizioni pre-recessive in cui si trova l’economia globale stanno determinando un flusso di disinvestimenti dalle valute dei paesi emergenti (quelli che devono sempre andare in decoupling e mostrare forza propria, salvando il pianeta, ma anche no) e di rimpatri/investimenti verso il dollaro. Inoltre, i fondi monetari statunitensi, a causa dell’euro-crisi, stanno riducendo sensibilmente gli impieghi su carta di banche europee, e dirottando questi fondi verso corona svedese, dollaro australiano/canadese o verso lidi domestici, in caso decidessero di ridurre la diversificazione valutaria. Ciò ha già lasciato molte banche europee (quelle francesi, segnatamente) col cerino in mano nel tentativo di finanziare i propri attivi in dollari, ed ha costretto la Fed ad aprire una linea di swap in dollari con la Bce, in sostanza prestando agli europei quei dollari che gli investitori extraeuropei hanno smesso o ridotto di prestare. Malgrado ciò, il dollaro continua a mostrare una tendenza all’apprezzamento nei confronti dell’euro e delle altre valute.

E quindi? Quindi, se ricordate che ipotizzavamo che la ripresa americana dovesse poggiare soprattutto sull’export, e quindi su un cambio del dollaro indebolito, oggi accade esattamente l’opposto, come mostra l’andamento del Dollar Index qui sotto. Quindi, vien fatto di concludere, se fosse vero che il “piano” americano di crescere via maggiori export deve passare attraverso la distruzione dell’euro e la forte avversione al rischio che essa genera, avremmo a che fare con degli inarrivabili fessi, non trovate?

In realtà, è assai più probabile che i fessi siano quanti si ostinano a pensare e scrivere che la crisi dell’euro è frutto di una cospirazione americana per eliminare un concorrente. Forse dedicarsi a scie chimiche e signoraggio dà più soddisfazioni e tende a produrre fregnacce che stanno meglio in piedi.

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