Il monocolo di Fortis

Oggi, sul Sole, il professor Marco Fortis torna su uno dei suoi cavalli di battaglia: l’export italiano va bene, benissimo. Quindi non esiste un problema di competitività del nostro paese. Ma è proprio così?

Andiamo con ordine: Fortis prende le mosse dall’ultima revisione Istat sul deflatore dei prezzi all’esportazione, che serve per ottenere i dati espressi non in valore ma in volume, cioè quelli che entrano nel calcolo del Pil reale. L’abbandono dei vecchi valori medi unitari all’esportazione (che non tenevano conto del fatto che il nostro export si è progressivamente spostato verso produzioni a maggiore valore aggiunto) ha determinato un violento rimbalzo dei volumi, facendoci tornare grandi campioni delle esportazioni, dotati di massima flessibilità per rispondere alle sfide competitive globali. Quindi, inferisce Fortis, la diagnosi di una economia italiana non competitiva è semplicemente errata.

Il problema di questa analisi di Fortis è che, pur facendo un innegabile passo avanti rispetto al passato, in cui si esaltava per la crescita dell’esportazioni in valore, ancora non riesce a realizzare che nel Pil non entra solo l’export ma una grandezza chiamata “commercio estero netto”. E se si chiama “netto”, un motivo ci sarà. Occorre quindi considerare anche le importazioni in volume, cioè deflazionate. L’andamento del saldo delle partite correnti italiane mostra un costante deterioramento. Quindi l’export in termini reali cresce molto bene, ma l’import cresce anche di più, come mostrano i dati del saldo delle partite correnti, in percentuale del Pil, e la bilancia commerciale delle merci.

E quindi? Quindi nessuno mette in dubbio che l’export italiano stia mostrando capacità reattiva ed adattiva al contesto competititivo globale, ma qualcuno dovrebbe spiegare perché la dinamica dell’import reale eccede quella dell’export reale, cioè perché le nostre ragioni di scambio si siano deteriorate. Ci manca la disaggregazione del saldo commerciale tra oil e non-oil (se qualcuno lo avesse, ce lo segnali), ma potremmo azzardare, come già evidenziato da altri  in passato, che forse i nostri esportatori, per rispondere in maniera adattiva alle mutate condizioni di contesto competitivo globale, stiano sostituendo fornitori entro la propria filiera, abbandonando i domestici e ricorrendo agli esteri, e/o delocalizzando.

Quindi, il commercio estero netto continua a sottrarre crescita, anche se l’export non va male. Poi un giorno potremmo anche scoprire che i deflatori dell’import sono sbagliati per difetto, e che le nostre importazioni reali sono molto più basse. Ma fino a quel giorno saremo costretti a prendere atto che il commercio estero non guida la nostra crescita, proprio perché non c’è solo l’export ma anche l’import. Si chiama interscambio non per vezzo, professor Fortis. E la realtà si guarda con due lenti, non con una sola. La perdita di competitività, uscita dalla porta grazie alla revisione dei deflatori dell’export, rientra dalla finestra, attraverso le importazioni di intermedi e semilavorati, lungo la filiera dei nostri esportatori.

C’è anche un altro punto del ragionamento di Fortis che non è chiaro, ed è la prescrizione di policy. Serve stimolare la domanda interna, dice l’economista vicino a Giulio Tremonti. E fin qui, siamo d’accordo. Per ottenere ciò servono liberalizzazioni e riforme. Vero anche questo. Ma noi sapevamo che, ceteris paribus, la crescita della domanda interna porta con sé un aumento delle importazioni. Non è un caso che, negli aggiustamenti di bilancia dei pagamenti, il FMI prescriva sempre delle tremende mazzate alla domanda interna, per soffocare l’import e migliorare l’export (via deprezzamento del cambio – almeno per chi ne ha uno da manovrare). Quindi, stimolare la domanda interna ci farebbe senz’altro bene in termini di crescita ma l’effetto sul commercio estero netto sarebbe negativo, a meno di registrare un miglioramento delle ragioni di scambio, cioè esportare di più per ogni singola “unità di prodotto” importata. Il tutto nella perdurante assenza di un cambio tutto nostro. Ma forse Fortis sottintendeva proprio questo.