Il “modello spagnolo” ed il provincialismo italiano

Flusso di notizie ancora piuttosto banalotto, soprattutto nel Belpaese, dove i telegiornali ancora si attardano sui botti di Capodanno e sulle misure da prendere per porre fine alla cosiddetta tradizione. Tra le notizie più serie, i consuntivi del mercato europeo dell’auto, ancora in profondo rosso nel 2011, e destinato a deprimere anche quest’anno produzione industriale e Pil. Più interessanti sono i segnali sottotraccia ma neppure più di tanto, che provengono dall’Eurozona.

In Spagna, il neo ministro dell’Economia, Luis de Guindos, mette le mani avanti ed annuncia che a consuntivo il rapporto deficit-Pil del paese supererà anche quell’8 per cento che segnava la classica revisione peggiorativa, nella transizione dal governo Zapatero a quello Rajoy. Che accadrà, ora? Prima ancora che Wolfgang Scaheuble possa levare il dito al cielo, seguito a ruota da qualche replicante della commissione Ue, l’esecutivo spagnolo annuncia nuove misure, dopo quelle del 30 dicembre, caratterizzate da un innalzamento ed un marcato irripidimento della curva Irpef, prima clamorosa violazione delle promesse elettorali di Mariano Rajoy.

E’ utile mostrare agli italiani questo dato, perché da noi ha preso corpo l’idea che la manovra spagnola sia fatta esclusivamente di tagli di spesa, mentre le cose stanno in modo lievemente differente, sia in valore assoluto che riguardo i soggetti colpiti dall’imposizione. Ad esempio, oltre due terzi dell’inasprimento fiscale (che rappresenta circa il 40 per cento del pacchetto di misure di emergenza) peseranno sui lavoratori dipendenti spagnoli. Ci sono aumenti Irpef anche per gli scaglioni d’imposta più bassi, ed una contestuale sforbiciata alle agevolazioni fiscali. La misura è presentata come transitoria e di durata biennale, ma qualcuno può realisticamente fidarsi di ciò che è provvisorio?

C’è anche una sovraimposta (progressiva) sui redditi da capitale, sui quali il prelievo potrà toccare il 27 per cento, per i proventi (interessi, dividendi, plusvalenze) eccedenti i 24.000 euro anni, contro il 21 per cento attuale. Questo è un sistema interessante, che porta progressività anche sulla tassazione dei redditi da capitale, restando tuttavia entro la cornice della cedolare secca e non della tassazione progressiva Irpef. Pensiamoci anche noi italiani, in caso.

Alla luce di questi dati, il miracoloso rally del debito spagnolo assai difficilmente può essere ascritto alle virtù taumaturgiche di Rajoy e del cambio di governo bensì, più realisticamente, ai magheggi del sistema bancario spagnolo, e delle sue due superbanche, BBVA e Santander. Come del resto maliziosamente suggerito giorni addietro anche da Mario Monti. Meditate, esimio Luca Ricolfi e tutti gli altri editorialisti italiani, che avete prontamente sentenziato sulla bontà delle misure spagnole. Il nostro provincialismo si aggrava. Siamo passati dal modello americano a quello spagnolo: non male. Mira, señor Ricolfi: ci sono incrementi di pressione fiscale persino per le coppie con figli a carico e in regime di dichiarazione congiunta, con redditi di 20.000 (ventimila) euro annui; per i single senza figli a carico, l’inasprimento parte da imponibili di 12.000 (dodicimila) euro annui!

Come che sia, questa isteria ad inseguire deficit creandone di nuovi ha davvero del surreale. Nel corso dell’anno la Spagna scoprirà che il problema della propria finanza pubblica sono i rubinetti aperti in ambito locale, e che misure “italiane” come la soppressione di direzioni generali dei ministeri sono destinate a lasciare il tempo che trovano, ammesso e non concesso di riuscire a realizzarle. L’era della Grande Austerità rischia quindi di seppellire definitivamente tutte le suggestioni su federalismo ed autonomia, che noi italiani ci siamo insufflate nel cranio durante questo ventennio di becerume leghista. Ma soprattutto: arriveremo all’esproprio per via fiscale, su scala continentale, di questo passo?

Ma è dalla Francia che giungono le notizie potenzialmente più interessanti. Nel corso di un cupo discorso di fine anno, Nicolas Sarkozy ha solennemente (comme d’habitude, trattandosi di francesi) annunciato lo stop ad ulteriori misure di austerità. “Il problema ora non è quello di un altra tornata di riduzione delle spese per l’anno che comincia”, “il governo ha fatto ciò che doveva essere fatto”, ed intende quindi dedicarsi alla crescita (auguri), per la quale l’Eliseo sta rispolverando il noto surrogato della “svalutazione interna”, cioè un aumento Iva in funzione di protezione delle produzioni nazionali, che non a caso la stampa e la politica francese chiamano già “anti-delocalizzazione“. Non servirà praticamente a nulla, in assenza di crescita vera e globale. Ribadiamolo, ad nauseam: che accadrà quando la Francia avrà sforato i propri preventivi di bilancio pubblico e Schaeuble e Merkel le imporranno di rientrare, con nuove manovre? Questa volta Merkel non potrà ridere con Sarkozy dietro al palchetto di un evento europeo, temiamo. Abbiate fiducia, cittadini europei: se tutto va bene, siamo rovinati.

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