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Reddito di cittadinanza: è tempo di cambiare

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

come spesso accade, sono bastate poche parole a Mario Draghi per invertire decisamente la tendenza a criticare senza costrutto il Reddito di Cittadinanza ed inquadrarlo correttamente.

Il Premier ha affermato di condividere in pieno il concetto che sta alla base della misura, sottolineando come sia presto per parlare ora di sue modifiche e ciò è bastato perché la stampa, come un solo uomo, si sia accorta in effetti delle reali caratteristiche e dei reali problemi operativi del Reddito.

Sui giornali dell’8 agosto 2021 è un trionfo di analisi profonde dei dati e di revisione dell’atteggiamento ipercritico e un po’ preconcetto, visto e letto per anni.

Su La Repubblica, Valentina Conte, nell’articolo “Reddito di cittadinanza, il governo lo conferma ma studia modifiche” si scoprono alcuni numeri. Si afferma che il beneficio è pari a 581,39 euro mensili per nucleo familiare (a nucleo, Titolare, non a persona), e ne beneficiano 2.860.854 persone.

Sempre su Repubblica, i numeri divengono oggetto dell’attenzione di Roberto Mania, nell’articolo “Come ridisegnare quella legge”, che si rifà ai dati dell’ultimo rapporto annuale dell’Inps. Mania riporta che sono 1,6 milioni i nuclei beneficiari del RdC, pari a circa 3,7 milioni di individui.

Numeri e opinioni

Come avrà notato, Titolare, sulle cifre i giornali non paiono molto d’accordo tra loro. In effetti, anche il direttore de La Stampa, Massimo Giannini, nel suo articolo “Gli idelologismi e il reddito di cittadinanza” riporta dati non in linea con quelli visti prima: assegno mensile medio di euro 579,54 a nucleo, 1,480 milioni di nuclei familiari interessati, per complessivi 3,510 milioni di individui.

Già da queste cifre “ballerine” riportate dalla stampa, Titolare, si capisce quando difficile e complesso sia parlare di lavoro, politiche attive e misure da adottare. Chi è addentro, sa perfettamente che i numeri sono da maneggiare con cautela, perché non possono essere valutati e concepiti come cifre assolute e fisse. Essi sono sempre il riportato di analisi di un flusso costante, sicché i dati variano molto a seconda dei periodi di tempo, come anche delle categorie di soggetti considerati.

Poiché il riferimento utilizzato dalla stampa è il rapporto Inps, riportiamo qui quanto emerge dal Report di luglio 2021:

Nuclei familiari richiedenti per anno
Nell’anno 2019 (da Marzo a Dicembre) hanno presentato una domanda per RdC/PdC 1,64
milioni di nuclei familiari. Nel 2020 il numero di nuclei familiari richiedenti è stato pari a 1,46 milioni (in media ogni mese 122 mila nuclei). Nei primi sei mesi del 2021 hanno richiesto la prestazione 798 mila nuclei (in media ogni mese 133 mila nuclei).

Nuclei familiari beneficiari per anno
I nuclei beneficiari di almeno una mensilità di RdC/PdC nell’anno 2019 sono stati 1,1
milioni, per un totale di 2,7 milioni di persone coinvolte; nell’anno 2020 i nuclei sono stati 1,6 milioni, per un totale di 3,7 milioni di persone coinvolte. Nei primi sei mesi del 2021 i nuclei beneficiari di almeno una mensilità sono già 1,6 milioni per un totale di 3,7 milioni di persone coinvolte.

Cosa è davvero il RdC

Il punto, caro Titolare, non è, comunque, tanto quello delle difficoltà a mettersi d’accordo sui numeri, quanto dell’acquisizione della consapevolezza, da parte dei commentatori, che il RdC non può e non deve essere guardato, per misurarne l’efficacia, come strumento di politica attiva per il lavoro.

Scrive Valentina Conte:

La povertà è un fenomeno multidimensionale, richiede percorsi personalizzati di inclusione sociale prima che lavorativa.

Le fa eco Roberto Mania, riportando il pensiero del presidente dell’Inps, Pasquale Tridico:

“Soprattutto per essi [i poveri lontani dal mondo del lavoro, nda] – ha detto Tridico presentando il rapporto annuale – la misura è stata un’àncora di salvataggio, uno strumento di inclusione sociale prima di tutto”. E conclude affermando l’opportunità di slegare il Reddito dalle politiche attive per il lavoro, perché solo minimamente esse agiscono sul medesimo corpo sociale interessato.

Infatti, Valentina Conte riporta il pensiero di Tridico nel rilevare che i 2/3 dei beneficiari non sono occupabili; Roberto Mania, commentando i dati del rapporto Inps sostiene che chi riceve il reddito di cittadinanza è per lo più fuori, nemmeno ai margini, dal mercato del lavoro.

Secondo quanto ha evidenziato da Tridico, dei 3,7 milioni di individui beneficiari, 1,350 sono minori; 450.000 sono disabili: la metà, dunque, nemmeno può essere interessata da una politica attiva per il lavoro. Aggiunge Massimo Giannini:

Le persone tenute alla sottoscrizione del Patto per il lavoro [quelle che è davvero possibile accompagnare alla ricerca di un’occupazione, nda] sono complessivamente un milione.

Titolare, la prevengo. Sì: la stampa si accorge, finalmente, dopo tre anni, di quanto in questi pixel si dice esattamente dai medesimi tre anni.

Quello che vi diciamo da anni

Risale al 14 marzo 2018 il post “Perché serve evitare commistioni tra politiche sociali e del lavoro”. Sono seguiti, su questo portale, molti altri approfondimenti, come questo “Reddito di cittadinanza: serve, ma non così”, risalente al 15 settembre 2020; e questo, più recente, del 17 giugno 2021, “Il giallo degli stagionali scomparsi”.

Tutti approfondimenti nei quali, da tempo risalente, si propongono esattamente gli stessi temi dei quali la grande stampa si accorge solo adesso, mercé la spinta ad un ragionamento finalmente più profondo e pacato da parte del Premier, accantonando luoghi comuni e pulsioni verso referendum che vorrebbero combattere il populismo col populismo.

Il tagliando al Reddito di Cittadinanza va fatto, alla luce della conferma di quanto appariva evidente già dal 2018: l’errore non consiste nell’assicurare un aiuto a chi si trova in condizione di povertà, ma nel confondere le politiche di inclusione sociale con quelle del lavoro.

Infine, poche annotazioni. Massimo Giannini nel più volte citato suo editoriale dell’8 agosto 2020 conclude osservando quanto siano strumentali e poco fondate le narrazioni secondo le quali le attuali difficoltà denunciate a gran voce da molto tempo dalle imprese a reperire lavoratori non siano connesse al Reddito di cittadinanza.

Il fallimento dell’incontro tra domanda di lavoro delle imprese ed offerta di lavoro dei lavoratori non nasce certamente nel 2019, con l’introduzione del Reddito, ma rimonta a molto, molto prima.

Il mercato del lavoro italiano è funestato da sempre da una serie di circostanze che ne minano profondamente l’efficienza.

Un mercato del lavoro opaco e inefficiente

Di una dà conto proprio il Giannini: i numeri delle vacanze di organico non tornano. Ogni anno centri studi e rapporti tecnici, in particolare quello di Excelsior, riportano mirabolanti numeri di vacancy aziendali, generalmente in quantità superiori al milione di posti potenzialmente offerti. Numeri da capogiro, che se concreti e reali dimezzerebbero in un anno, ogni anno, il plafond dei disoccupati e in un medio periodo li azzererebbe.

È evidente che la realtà è ben lontana dalle rappresentazioni che se ne danno. Su Lavoce.info, Francesco Giubileo nell’articolo “Posti di lavoro disponibili: quanti sono davvero?” ha messo il dito sulla piaga: in realtà gli strumenti di misurazione delle vacancy non sono per nulla affidabili. Tanto meno lo sono se per farsi un’idea dei fabbisogni dei datori ci si limita a grida di denuncia sui giornali, slegati da qualsiasi seria analisi statistica e di complesso.

Ci piace riportare le parole del Giannini:

Registri ogni giorno gli alti lai delle imprese che non trovano manodopera (ieri il Sole 24 Ore parlava di 1,2 milioni di posti vacanti, dalla logistica alle costruzioni). Poi, però, esce il dato Istat sul secondo trimestre e, – come osserva Andrea Garnero dell’Ocse – scopri che sono l’1,3% del totale, cioè in linea con i dati pre-pandemia. E allora ti chiedi: dov’è questo boom di “divanisti” impigriti dal Reddito di cittadinanza?

Occorrerebbe con la medesima urgenza del ridisegno degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive del lavoro, intervenire per rendere il mercato del lavoro finalmente meno opaco e trasformarlo in un mercato realmente trasparente. Occorrerebbe, quindi, incentivare le imprese a rendere manifesta la propria domanda di lavoro su canali ufficiali, invece di tenerla nascosta, come accade da sempre.

In questo modo soltanto sarebbe possibile capire le dinamiche del mercato, far incontrare la domanda con l’offerta e rendere trasparenti elementi essenziali, come condizioni contrattuali e reddituali offerte.

La seconda circostanza da tenere in considerazione riguarda le ragioni profonde del mismatch, ulteriori rispetto all’opacità dell’offerta e concerne la formazione. Da un lato, l’istruzione e l’università non riescono a formare persone dotate di abilità e competenze immediatamente spendibili (immaginiamo, quindi, la spendibilità dei moltissimi percettori di RdC privi di ogni qualificazione e con titoli di studio per lo più non superiori alla terza media: come è possibili proporli, anche come stagionali, alle aziende?).

Dall’altro, le aziende hanno pochissima propensione ad investire nella formazione: per lo più cercano lavoratori già “fatti e finiti”. I canali come Linkedin sono molto utilizzati per reperire chi abbia già esperienza. Voglia di formare i giovani nell’azienda, attraverso il lavoro stesso e l’esperienza, ce n’è pochissima; infatti, un contratto come quello di apprendistato non riesce mai a decollare.

Intervenire su questi fronti è il passo decisivo che servirà per tenere distinte, finalmente, azioni di politica sociale da azioni sul mercato del lavoro e renderle efficaci.

In effetti, sono anni che su questi pixel si denuncia l’equivoco assai italiano, cioè di commedia che vira in farsa, del reddito di cittadinanza. Poiché abbiamo discreta memoria, ricorderemo le motivazioni con le quali il M5S ha presentato la misura, nelle parole di Luigi Di Maio. Mai dimenticare. Né intendiamo scordare le ardite e fallaci costruzioni teoriche dell’attuale presidente dell’Inps.

Ciò premesso, ora occorre evitare che l’attuale struttura del reddito divenga un totem solo perché “lo ha detto anche Draghi” (che poi, ha detto tutt’altro). Al netto delle tardive resipiscenze della nostra stampa (ahimè), i problemi del RdC restano.

A titolo per nulla esaustivo: le frodi, in apparenza molto elevate rispetto alla normale fisiologia di questi sussidi; il fingere che l’erogazione possa essere di uguale importo su tutto il territorio nazionale perché, se la si variasse in base al costo della vita, si metterebbe a rischio un altro tabù, quello della differenziazione salariale su base territoriale dei contratti di lavoro; la mancata attuazione di ampie parti della legge istitutiva del RdC, ad esempio sul lavoro socialmente utile presso il comune di residenza; la discriminazione ai danni di famiglie di immigrati residenti da lungo tempo ma non abbastanza. E altro.

Prendiamo atto che i beneficiari del RdC sono molto più lontani dal mercato del lavoro di quanto si pensasse in origine, e quindi che siamo di fronte, nei fatti, a un reddito di inclusione e non di un supporto in attesa del collocamento. Per i soggetti che invece possono rientrare nel mercato del lavoro, serve evitare che il RdC divenga strumento per perpetuare o incentivare il sommerso. Ad esempio, trasformandolo in una sorta di EITC, cioè di integrazione salariale per i working poor.

Perché una cosa su tutte deve essere chiara: dobbiamo fare l’impossibile, nei prossimi anni, per favorire l’emersione di basi imponibili, ovviamente senza taglieggiarle di tasse, e contrastare l’immersione di interi territori e settori della nostra economia. Perché, diversamente, questo paese sarebbe spacciato, per motivi che non credo serva spiegare. (MS)

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