Affondati

I mercati tendono a distrarsi, a volte. Prendete l’azionario italiano che, come noto, ha un pesante bias sui titoli bancari e che, dopo una calma molto relativa nelle ultime settimane, ieri è stato colto dal panico, dopo che Unicredit ha annunciato i termini della sua ricapitalizzazione. Sono termini molto onerosi per gli azionisti esistenti, le fondazioni. Alcune delle quali stanno per gettare la spugna, cedendo i diritti sul mercato e facendosi diluire.

E’ il caso della Fondazione Banco di Sicilia, che oggi possiede lo 0,5 per cento del capitale Unicredit, e che ha annunciato che non parteciperà alla ricapitalizzazione. Interessanti le lamentazioni del presidente della fondazione siciliana, Giovanni Puglisi, illustrate ieri al Fatto:

«Abbiamo il 92 per cento delle nostre attività investite nei titoli Unicredit, che valevano 7 euro quando diventammo soci post fusione della banca milanese con Capitalia, mentre ora valgono 0,58 euro (o 5,8, post raggruppamento delle azioni 10 a 1, ndr.). Una distruzione di valore senza pari, che impatta sull’attività della fondazione in modo drammatico. La nostra finalità è ridistribuire risorse sul territorio, ma negli ultimi anni abbiamo solo messo mano al portafoglio senza ricevere pressochè nulla. E anche nel 2012 sarà così, perché il dividendo è stato escluso. In questa situazione abbiamo deciso di non aderire, per non drenare ulteriori risorse che servono a completare i restauri dei palazzi acquisiti negli scorsi anni dalla fondazione per farne dei musei. Alla luce anche della maxi svalutazione da 10 miliardi euro dello scorso novembre io mi chiedo se sia il caso di continuare ad avallare questo consiglio d’amministrazione e questa linea strategica pagando ulteriormente. E mi domando anche se quella svalutazione sarà l’ultima, o se ce ne saranno di ulteriori, molto dolorose»

Da dove iniziare a commentare? Ad esempio dal fatto che il 92 per cento dell’attivo della Fondazione sia investito in uno ed un solo asset. Geniale. Il buon Harry Markowitz avrebbe da ridire, su una simile gestione del patrimonio. Ma ciò non deve stupire: finché arrivavano i risultati e ampi flussi di dividendi (peraltro non sempre giustificati e giustificabili sul piano della preservazione della base patrimoniale), i vertici delle fondazioni non ritenevano che avere una simile concentrazione fosse potenzialmente pericoloso, anzi. Di certo, se obiettivo era quello di “restaurare i palazzi acquisiti negli scorsi anni, per farne dei musei”, forse sarebbe stato meglio ridurre l’investimento in una sola banca e ragionare più in termini di piccolo fondo sovrano. Ma sarebbe stato un salto quantico devastante, per i nostri notabili taglia-cedole.

Puglisi si lamenta perché anche per il 2012 “il dividendo è stato escluso”. Vorremmo pure vedere, vista la pressante esigenza di ripulire i bilanci, unita all’assai discutibile criterio adottato dalla EBA. A questo punto, che fare? Il presidente della fondazione siciliana pare assumere un tono minaccioso, quando parla di continuare ad “avallare questo consiglio d’amministrazione”, o prendere cappello e (s)vendere. Ahimé, queste sono considerazioni drammaticamente tardive.

Che accadrà ora, quindi? Che l’auspicio del professor Luigi Zingales a ridurre il peso (quella che lui in realtà definisce “la manomorta“) delle fondazioni nella vita delle aziende bancarie italiane sembra avviato a compiersi, per le spietate leggi del mercato e nella peggiore fattispecie possibile, quella di una disfatta con incenerimento del valore dell’investimento. Quanto a Unicredit, si attende di capire la nuova composizione dell’azionariato. I libici paiono intenzionati a confermare la propria quota, mentre si cercano altri investitori emergenti, per fare della banca quella che potrebbe essere una public company.

Nella originaria accezione anglosassone, per public company si intende una società quotata e dall’azionariato fortemente disperso, in cui il management esercita un ruolo decisivo. Nel nostro paese, la declinazione di public company nel credito è stata mantenuta solo per la seconda parte, quella di manager onnipotenti che si portano al guinzaglio docili azionisti di amplissima maggioranza, ben lieti di incassare i dividendi, finché dura, e colti da profonda costernazione quando si accorgono che il flusso di ossigeno al loro potere locale si è interrotto. E quindi agli effetti pratici cambierebbe poco.

Una variazione sul tema è che i consorzi di garanzia e collocamento dell’aumento di capitale finiscano col ritrovarsi proprietari della banca che ricapitalizza, per manifesta mancanza di interesse da parte degli investitori, e anche questo sarebbe un esito piuttosto inglorioso ma sempre parte integrante della dinamica di mercato. Riguardo la domanda che sorge spontanea, nel caso di cambio di gruppi di controllo (“cambierà qualcosa nella gestione della banca e dei suoi rapporti con l’ambiente economico in cui essa opera?”), non va dimenticato che una banca è prima di tutto un’organizzazione fortemente interconnessa con il potere politico nazionale, attraverso la regolazione.

In soldoni (o meglio in parole povere, visto il momento), non si dovrebbe pensare che la sostituzione di un gruppo di controllo con altri, magari stranieri, sia condizione sufficiente per ottenere un miglior “rendimento” dell’organizzazione creditizia. Se il concetto fosse troppo criptico pensate che in Italia, negli ultimi vent’anni, sono già entrate banche tedesche e francesi.

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