Fratelli in austere tasse

Il governo spagnolo ha annunciato che il prossimo anno metterà mano ad un rialzo delle imposte indirette (Iva e accise), nel tentativo di raccogliere ulteriori 8 miliardi di euro, come annunciato dal ministro dell’Economia Luis de Guindos venerdì scorso.

Segue tutto il campionario di pietose bugie utilizzate in queste circostanze: sarà una “ristrutturazione del sistema impositivo”. Probabilmente in qualche altra occasione si sentirà la famosa frase “spostiamo il carico fiscale dalle persone alle cose”, salvo poi limitarsi ad alzare l’Iva perché non c’è il becco di un quattrino e tutto serve, per fare cassa, proprio come noi. De Guindos è pure riuscito a dichiarare alla stampa che “l’anno prossimo le famiglie dovrebbero essere in grado di spendere di più”, come in effetti ogni governo della periferia dell’Eurozona auspica e prega da quattro anni a questa parte.

Conta assai poco, vista la disperazione corrente, ma il Partito Popolare, dopo quella sulle imposte dirette, infrange anche la promessa di non toccare quelle indirette. Come sono lontani i tempi in cui si sparava a palle incatenate contro Zapatero, reo di aver aumentato l’aliquota principale Iva, nel luglio 2010, dal 16 al 18 per cento per racimolare 6,5 miliardi di euro. Esiste quindi una sinistra consonanza tra Italia e Spagna, con buona pace di tutti gli assertivi “esperti” che ci informano che la Spagna è differente. E questa similitudine è la conseguenza diretta della fretta con cui l’Ue ed i tedeschi hanno imposto questo rientro a rompicollo dal deficit.

Giova ribadire che ancora una volta, dopo quanto precisato a gennaio, Standard & Poor’s ha criticato l’eccesso di austerità applicato entro l’Eurozona, e lo ha fatto nelle motivazioni dell’ultimo downgrade sovrano spagnolo, tagliato venerdì scorso di due notch da A a BBB+, a soli tre livelli dalla “spazzatura” che imporrà ai gestori di portafoglio legati ad un benchmark di liquidare le posizioni sulla Spagna, con conseguenze potenzialmente letali per la sostenibilità del rinnovo del debito.

Sostiene S&P:

«Alla luce della rapida ascesa del debito pubblico dal 2008, ci attendiamo che il governo spagnolo implementi un sostenuto sforzo di consolidamento di bilancio – incluso il rafforzamento dei meccanismi di controllo a livello regionale di governo – mirati a ridurre gradualmente i fabbisogni di finanziamento netto del governo. Bilanciare questo impegno alla stabilizzazione delle finanze pubbliche con il chiaro interesse dei policymaker ad impedire un’accelelerazione della contrazione economica sarà impegnativo, in assenza di trasferimenti fiscali dall’estero o della creazione domestica di credito da parte del settore privato. Al contempo, riteniamo probabile che un’austerità fiscale concentrata nel breve termine finirà con l’esacerbare i numerosi rischi alla crescita nel medio termine, evidenziando l’importanza di stimoli compensativi attraverso riforme strutturali e del mercato del lavoro»

Dietro la prosa convoluta, e malgrado la suggestione neppure troppo subliminale che le riforme di struttura possano condurre “per sé” alla crescita, il messaggio è chiaro: troppa austerità concentrata nel breve termine. Concetto ribadito poche righe più avanti, dove si ridimensiona prontamente l’eccessivo entusiasmo per le riforme strutturali:

«Al contempo, non crediamo che le misure di riforma del mercato del lavoro creeranno occupazione netta nel breve termine. Di conseguenza, è probabile che il già elevato tasso di disoccupazione – soprattutto tra i giovani – peggiorerà fin a quando una ripresa sostenibile si sarà stabilita»

Arriva poi la stoccata finale alla confusa e tossica governance dell’Eurozona:

«A nostro giudizio, la strategia di gestione della crisi di debito sovrano continua a mancare di efficacia. Riteniamo che le condizioni di credito, e quindi le prospettive economiche per la Spagna, potrebbero ora deteriorarsi più di quanto previsto a inizio anno a meno che siano implementate misure compensative di policy per sostenere la fiducia degli investitori e stabilizzare i flussi di capitale col resto del mondo»

Anche qui, la traduzione è agevole: se l’Eurozona non cambia rotta, la fuoriuscita dei capitali dall’area è destinata a proseguire, con tutto ciò che ne consegue in termini di aumento dei rendimenti e degli spread, e di crescente difficoltà a finanziare il debito pubblico. Troppa austerità, troppo violenta e concentrata nel breve termine. Del resto, non si uccidono così anche i cavalli?