La via stretta dei tagli di spesa

Su lavoce.info, Massimo Bordignon commenta le ultime decisioni del governo sulla revisione della spesa pubblica, e prova a dimostrare che i margini disponibili per i tagli sono nel complesso meno ampi di quanto l’opinione pubblica sia portata a ritenere.

Dopo aver premesso, in modo sacrosanto, che chi ha miserabilmente fallito almeno nell’ultimo decennio (e oltre) dovrebbe avere la decenza di tacere almeno per qualche tempo, Bordignon ribadisce quello che è chiaro a chiunque non viva di slogan ma di verifica di fonti e dati:

«L’anomalia italiana è rappresentata da un eccesso di spesa per pensioni (232 miliardi) e interessi (70 miliardi), che assieme costituiscono il 43 per cento dell’intera spesa corrente. Tolti questi, in rapporto al Pil, in realtà spendiamo meno di quasi tutti i paesi dell’Ocse per i servizi pubblici fondamentali: sanità, istruzione, giustizia, ordine pubblico, difesa. La spesa in conto capitale, poco più di 50 miliardi, è al minimo storico. Anche il numero di impiegati pubblici sul totale della popolazione lavorativa è inferiore alla media dei paesi Ocse (14,3% contro 14,6%). Il problema vero è che si spende male, non che si spende troppo»

Sulle pensioni, la riforma Fornero ha fatto quanto andava fatto. Altri margini non ve ne sono, a meno di applicare un “contributo di rettifica attuariale” (definizione di chi scrive, non di Bordignon) a tutti gli assegni pensionistici erogati con il metodo retributivo puro, in modo da ridurre l’esorbitante “rendimento” dei contributi versati da chi ha lavorato nel precedente regime di versamenti. Superfluo ma non troppo precisare che, in una simile circostanza, molti assegni diverrebbero puramente simbolici, quindi archiviamo la pratica.

Sul numero dei dipendenti pubblici, che non è esorbitante rispetto alla media Ocse (sapevamo anche questo), ci sono due opzioni: licenziamenti previo efficientamento delle strutture amministrative, cioè innalzamento della loro produttività, e/o taglio di retribuzione nominale. Dovessimo scommettere, vedremmo più probabile nel breve periodo la seconda ipotesi. Anche qui, e senza bisogno di convincere nessuno perché la questione è ormai divenuta stucchevole, il taglio delle retribuzioni implica nel breve-medio periodo un equivalente calo della domanda aggregata. Fatevelo entrare in testa, perché è così. Ci fosse crescita e non recessione, la cosa sarebbe gestibile ed auspicabile. Ma in assenza di crescita, siamo ancora una volta in presenza di una manovra fortemente pro-ciclica.

Su sanità, scuola, giustizia, la spesa pubblica italiana appare già ora inferiore a quella di altri paesi, e l’ipotesi di suo ridimensionamento passa, come ricorda correttamente Bordignon, attraverso una ridefinizione del confine tra pubblico e privato e quindi, per definizione, un aumento della compartecipazione dei cittadini-utenti (o clienti) al costo di erogazione dei servizi. Anche questo, nel breve-medio periodo, incide sui consumi e soprattutto tende ad innalzare, ceteris paribus, il tasso di risparmio, cioè a deprimere la crescita. Anche questo per definizione. Anche qui, se ci fosse crescita, il problema sarebbe di entità lieve o comunque gestibile. Fare ciò in un contesto recessivo è, ancora una volta, prociclico.

La spending review, per definizione, opera entro il perimetro pubblico-privato esistente. Bordignon ricorda il framework introdotto da Tommaso Padoa-Schioppa nel 2007, che di fatto non ha mai visto la luce, e che era quanto di più vicino al concetto di budget a base zero: la riclassificazione della spesa statale per “missioni” e “programmi”. Sarebbe stato opportuno ripartire da qui, magari non sei mesi dopo l’insediamento del governo.

Da ultimo, dalla lista resta esclusa la spesa locale, di cui quella sanitaria è magna pars, che ammonta a circa 200 miliardi annui. Anche qui, la situazione evolve verso un inevitabile aumento di compartecipazione dei cittadini alla spesa, con o senza “privatizzazione” formale di funzioni e modalità di erogazione.

Bordignon conclude ricordando il precedente “rapporto Giarda”, elaborato lo scorso anno per Tremonti. Non che sia colpa di Giarda, ma leggere alcune sue recenti dichiarazioni sulla difficoltà a reperire dati fa sinceramente cadere le braccia ed altre parti anatomiche.

Morale? In un paese che ogni anno paga una “tassa” di 60-70 miliardi di euro in corruzione, i margini di manovra sono molto stretti, se non avviene una vera e propria “rottura”, anche traumatica, del business as usual corruttivo che ci sta portando all’inferno. Quanto al resto, valgono le considerazioni fatte sopra: nel breve-medio termine ogni taglio deprime la domanda. Si può fare tutto, incluso spostare il perimetro pubblico/privato nei servizi e funzioni pubblici, ma ci si tolga dalla testa la riduzione di onerosità per i cittadini e l’effetto magico di induzione della crescita, in presenza di una recessione come l’attuale.

Update, 3 maggio – Come volevasi dimostrare: aumento dei costi della sanità, copiando il “modello” spagnolo. Tutto troppo prevedibile.