Macromonitor – 10/6/2012

Rimbalzo dei mercati rischiosi in settimana, su notizie pressoché assenti ma nella speculazione che le autorità politiche e monetarie attuino nuove iniziative a sostegno di un quadro economico e finanziario sempre più deteriorato.

Nell’ultimo periodo le revisioni al ribasso delle previsioni di crescita conseguenti ai più deboli dati di attività hanno limato le stime del Pil globale in misura piuttosto contenuta (in media circa lo 0,2 per cento), ma sono giunte a complicare ulteriormente un quadro congiunturale già molto debole e che ha finora già beneficiato di un consistente ribasso dei prezzi petroliferi. Ciò innalza il rischio di pressioni deflazionistiche, che dovrebbe essere combattuto con vigore dai policymakers.

In questo senso la Fed appare pronta ad agire, in nome del proprio doppio mandato di massima occupazione compatibile con stabilità dei prezzi, anche se la banca centrale guidata da Ben Bernanke potrebbe procedere in modo non convenzionale solo al materializzarsi di sostanziali rischi recessivi, ed allo stato attuale si è limitata ad invitare il Congresso a fare la propria parte per evitare gli effetti recessivi della stretta fiscale che dovrebbe entrare in vigore automaticamente dal primo gennaio prossimo. Più aggressiva è sinora risultata la Bank of Japan, che ha proceduto a fissare un target esplicito di inflazione, a comprare azioni e debito societario ed intervenire sul mercato dei cambi dietro istruzioni del ministero delle Finanze. Ricordando peraltro che il Giappone ha una storia di un quindicennio di deflazione.

In Eurozona i policymaker hanno un enorme bisogno di interventi di vasta portata ma anche la maggiore riluttanza all’attuazione dei medesimi. La polifonia di un’area che continua ad avere in comune solo la politica monetaria ed enormi e crescenti problemi di coordinamento resta il problema esistenziale. La Banca centrale europea non intende al momento intervenire con acquisti di titoli perché vuol mettere pressione alla politica, costringendola a realizzare riforme profonde, che fatalmente dovranno implicare ulteriori cessioni di sovranità fiscale da parte dei membri e rafforzamento del ruolo di Commissione e Parlamento europeo, come ribadito più volte anche da Angela Merkel, Wolfgang Schaeuble e dal presidente di Bundesbank, Jens Weidmann.

I paesi emergenti appaiono avere il maggiore margine di manovra in termini di misure di stimolo: mediamente, il tasso chiave di politica monetaria di questi paesi è infatti ancora superiore di circa un punto percentuale a quello di inflazione, mentre nei paesi sviluppati i tassi reali sono già negativi. Nei paesi emergenti, inoltre, i deficit fiscali sono sensibilmente minori rispetto a quelli dei paesi sviluppati.

Nel complesso, restano in essere condizioni economiche e finanziarie, in un quadro di elevata incertezza, tali da suggerire una ridotta esposizione al rischio, con misure difensive rappresentate al momento da esposizione al dollaro e sottopeso di titoli ciclici.

Sul mercato del reddito fisso, in settimana le obbligazioni hanno restituito parte dei vistosi guadagni conseguiti nella precedente. Un’azione di ricapitalizzazione delle banche spagnole per mano della Ue è stata annunciata sabato 9 giugno, ma si tratterà comunque di un intervento che sarà messo in conto all’indebitamento sovrano spagnolo, e che quindi aumenterà il rischio dei successivi salvataggi, che peraltro giungerebbero in un quadro già molto logorato dalla durata della crisi e da misure insoddisfacenti, limitate e di fatto disfunzionali come quelle assunte finora. Nel complesso, dato l’evidentemente ampio “buco” di capacità produttiva indotto dalla profondità della recessione europea, una anomalia evidente è rappresentata dalla persistenza di livelli di inflazione contenuta, laddove ci si attenderebbe invece una crescente pressione deflattiva, che tuttavia potrebbe infine materializzarsi.

Sui mercati azionari gli investitori attendono le mosse degli europei e l’esito della nuova elezione greca del 17 giugno. Gli indicatori di posizionamento mostrano un consistente taglio delle allocazioni di portafoglio nell’ultimo mese, ormai non lontano dai livelli di effettiva capitolazione visti lo scorso autunno. Tra le mosse difensive, resta valido il sovrappeso su Stati Uniti ed Asia emergente rispetto all’Europa. La Cina ha tagliato in settimana i tassi ufficiali di interesse per la prima volta dal 2008, mentre uno stimolo fiscale nel corso dell’estate è considerato pressoché certo, unitamente ad ulteriori riduzioni del coefficiente di riserva obbligatoria per le banche.

In settimana, materie prime in ulteriore calo, guidate da energia e metalli preziosi, la cui flessione ha più che compensato il recupero dei prezzi agricoli. L’oro ha recuperato vistosamente dopo il debole dato di occupazione statunitense dell’1 giugno, probabilmente per effetto di aspettative di ulteriore stimolo monetario da parte della Fed e del potenziale inflazionistico (teorico) che tale mossa avrebbe. La crescente probabilità di nuove azioni di stimolo (soprattutto monetario) a seguito del deterioramento dell’economia globale appare sostenere le quotazioni dell’oro. Proprio a seguito di tali evidenze di rallentamento globale, e della Cina in particolare, i metalli base nel breve termine dovrebbero soffrire maggiormente rispetto al petrolio, che può contare su azioni di sostegno da parte dell’Opec, con eventuali tagli alla produzione in caso di ulteriore cedimento delle quotazioni, data anche l’importanza per i paesi produttori di evitare cedimenti nei livelli della rendita petrolifera, utilizzata per ridurre le tensioni sociali interne.

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