Il moltiplicatore moltiplicato

L’ufficio studi di Deutsche Bank, in una recente pubblicazione, ha stimato l’impatto sul Pil dei paesi dell’Eurozona di determinate variazioni del saldo strutturale di bilancio pubblico (cioè corretto per il ciclo economico), ottenendo quindi alcune stime dei moltiplicatori, che oscillano dal minimo di 0,3 al massimo di 0,7 per Spagna, Francia e Italia. In particolare, per il nostro paese, ad una correzione del saldo strutturale di ben il 2,2 per cento nel 2012, farebbe seguito una contrazione del Pil dell’1,5 per cento.

Sul suo blog, Menzie Chinn, professore di Public Affairs and Economics alla University of Wisconsin di Madison, riprendendo alcune considerazioni sulle grandi aree integrate sul piano economico e valutario, ricorda che gli effetti di spillover (traboccamento) caratteristici di tali aree tendono ad aumentare la dimensione dei moltiplicatori. Se tutto questo vi sembra insopportabilmente accademico, sappiate che il concetto è alla base dell’autoaffondamento di un’intera regione per opera dell’austerità.

Il concetto funziona così: quando un paese attua una stretta fiscale (che naturalmente può essere un aumento d’imposte e/o un taglio di spesa pubblica), il calo del livello di attività da essa conseguente determina una riduzione delle importazioni, che quindi a sua volta migliora le esportazioni nette, riducendo l’impatto restrittivo della stretta fiscale, e contribuendo quindi a tenere basso il valore del moltiplicatore.

Questo tuttavia accade in economie relativamente piccole ed aperte, che non si trovino in ciclo sincronizzato con i propri partner commerciali. In altri termini, se io sto attuando una stretta fiscale, dovrei comunque avere dei paesi, con i quali commercio molto, che si trovano in espansione, e ai quali posso quindi vendere i miei beni, anche se la mia popolazione assorbirà meno beni da tali paesi, perché mi trovo in recessione (o in frenata) causata dalla stretta fiscale.

Ma che accade quando una serie di paesi, fortemente interrelati per interscambio commerciale, oltre che per il fatto di avere in comune la moneta, attuano contemporaneamente una stretta fiscale? Il risultato finale sarà che le importazioni di ognuno di questi paesi caleranno simultaneamente, sia pure con differente magnitudine. Ma, poiché le mie esportazioni sono le importazioni di qualcun altro e viceversa, ecco che io non registrerò più un rilevante miglioramento del mio commercio estero netto: le mie esportazioni e le mie importazioni caleranno in modo approssimativamente simile, o comunque il mio maggiore export netto sarà minore di quanto avrei potuto ottenere se i miei maggiori partner commerciali non fossero stati tutti (chi più, chi meno) impegnati in una stretta fiscale.

Da questa banale considerazione consegue che, in un’area economica fortemente interrelata ed i cui membri stanno praticamente tutti adottando una stretta fiscale, il moltiplicatore tende ad innalzarsi*. Cioè il danno da austerità tende a massimizzarsi. Perché l’Eurozona non è la sommatoria di diciassette economie relativamente piccole ed aperte, ma il maggior blocco economico del pianeta.

Non sappiamo se le simulazioni econometriche di Deutsche Bank tengano conto del maggior moltiplicatore che andrebbe applicato a questa fattispecie. Quello che è certamente più scioccante è il fatto che esistano osservatori e commentatori del tutto incapaci di comprendere la natura self-defeating di questa stretta fiscale europea, preferendo invece insistere su moralismi da taverna che non portano da nessuna parte. Forse un po’ più di “pensiero sistemico” non guasterebbe.
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(*Nel post di Chinn è riprodotta in forma grafica la stima del “moltiplicatore moltiplicato”, cioè del fattore di correzione da apportare al moltiplicatore per le singole economie europee, realizzata da Dawn Holland del britannico NIESR, National Institute of Economic and Social Research)

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