I tagli di spesa del virtuoso Portogallo

Nei giorni scorsi è stato pubblicato il dato di deficit consolidato di amministrazione centrale e sicurezza sociale del Portogallo, riferito ai primi sette mesi dell’anno. Il risultato è un deficit di 5,2 miliardi di euro, contro i 5,3 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno, calcolati su base omogenea. Considerato che il Pil portoghese nell’ultimo anno si è pesantemente contratto, l’obiettivo di un rapporto deficit-Pil al 4,5 per cento a fine di quest’anno appare vieppiù irrealistico. Ma il punto non è questo, visto che la Troika appare disponibile a premiare l’allievo modello Portogallo con un allentamento del percorso di rientro, come del resto già fatto con la riottosa Spagna. E meno male che la ragione sta cominciando a prevalere. Ma è interessante osservare la composizione dei tagli portoghesi, tra spese ed entrate.

Escludendo le imprese pubbliche, che sono di fatto debito e deficit governativo, le entrate annuali totali sono aumentate di un sostanzioso 5,2 per cento. Circa un decimo di tali entrate deriva tuttavia dalla nazionalizzazione dei fondi pensione. Al netto di tale voce non ripetibile, la variazione annuale delle entrate nei primi sette mesi dell’anno diventa negativa del 2 per cento. La crisi ha causato un forte calo dei contributi alla sicurezza sociale, pari al 5,6 per cento. Intuitivo: meno contributi pagati da meno gente che lavora (il 4 per cento in meno di occupati nel primo semestre 2012 sull’anno precedente). Le entrate fiscali, che pesano per circa metà del totale, sono calate del 3,5 per cento, contro attese per un aumento del 2,6 per cento previsto nel bilancio aggiornato del governo portoghese per l’intero 2012. Mentre l’equivalente Irpef cresce del 5,9 per cento a causa dell’innalzamento delle aliquote, le imposte aziendali crollano del 15,6 per cento e l’Iva cala dell’1,1 per cento, anche qui malgrado l’innalzamento delle aliquote. Tutto ovvio e banale: è il frutto della recessione.

Ma dove il Portogallo è riuscito ad eccellere (si fa per dire) è nel famoso taglio di spesa pubblica: un clamoroso meno 1,7 per cento annuale, dato senza precedenti nella storia del paese. Ma. C’è al solito un ma. Perché la spesa in conto capitale è stata falcidiata del 25 per cento. Come detto più volte, se credete che la spesa pubblica per infrastrutture sia sempre e comunque un ladrocinio attuato dalla casta partitica eccetera eccetera, sarete entusiasti di questa notizia; se invece credete che la spesa pubblica in conto capitale contribuisca alla crescita di lungo periodo di un paese, resterete perplessi, pur ricordando che l’emergenza di questa crisi spinge i governi a fare due cose: tagliare la spesa in conto capitale ed aumentare le tasse.

Un dato certamente più virtuoso deriva dal contenimento della spesa corrente, a meno 0,2 per cento annuale. Tale numero apparentemente esiguo deriva da forze opposte. Da un lato, il costo dei pubblici dipendenti cala di uno strabiliante 16 per cento. Tale dato, tuttavia, deriva soprattutto dal mancato pagamento della mensilità aggiuntiva estiva a dipendenti e pensionati pubblici. Analogo destino era previsto subisse la gratifica natalizia, ma la corte costituzionale portoghese si è messa di traverso ed ha giudicato illegittimo questo tipo di tagli, vietandoli per il 2013. Torna al via, quindi. Tra le voci che hanno invece aggravato la spesa pubblica c’è quella per interessi, in crescita del 17,3 per cento, e pesa per un decimo della spesa totale. Anche qui, quando guardate il dato complessivo di spesa e non trovate miglioramenti di rilievo o addirittura scoprite peggioramenti, prima di brandire il manuale del perfetto austero moralizzatore, andate a controllare questo numero, vi servirà. Soprattutto se siete italiani. Altra voce che dovreste andare a verificare, quando siete in una recessione profonda e la spesa pubblica non deflette, è quello relativo alle prestazioni sociali ed ai trasferimenti.

In Portogallo, infatti, la spesa per sussidi di disoccupazione è aumentata del 23 per cento annuale. Con una complessa inferenza, si intuisce che ciò potrebbe essere derivato dall’aumento della disoccupazione. La virtuosità del governo portoghese è consistita nella riduzione del livello di prestazioni. Punti di vista, ovviamente, potete sempre argomentare che il taglio ai sussidi di disoccupazione serve a costringere i poltroni a cercare lavoro. Se poi tale lavoro manca proprio e la disoccupazione non è quindi volontaria e frutto di incentivi perversi insiti nel welfare, pazienza, non si può avere tutto, nella vita. Tra i trofei c’è anche un taglio dell’1,3 per cento all’assistenza sociale per i soggetti più economicamente disagiati. Nel frattempo, per effetto della gravità della crisi, il surplus della sicurezza sociale si è più che dimezzato rispetto allo scorso anno.

Dove volevamo arrivare, con questo prolisso e  pedante post? Ad alcune conclusioni generali ed esportabili fuori dal Portogallo. In primo luogo, la spesa pubblica non appare agevolmente comprimibile durante una recessione grave. Questa è la scoperta dell’acqua calda, ma è utile ribadire il concetto. Le componenti di spesa non si abbattono con la facilità che trovate in agili e rivoluzionarie proposte di intervento. A meno di azzerare i meccanismi di welfare, s’intende. Resta da vedere se l’ipotesi è realistica o se non ci si debba accontentare di ridimensionarli, come fatto dal Portogallo, subendone comunque i contraccolpi sociali in caso di persistenza del clima recessivo. Inoltre, tagliare la spesa durante una recessione non porta a maggior crescita nel presente, malgrado quello che pensano alcuni. Al più, innalza la crescita potenziale, se e quando la congiuntura ripartirà la crescita effettiva seguirà.

Per fare riforme serve crescita ma la crescita al momento non c’è, oltre ad essere inibita dal processo di consolidamento fiscale in atto in Europa. Come detto sopra, per fortuna in questo periodo godiamo di una certa resipiscenza di sanità mentale, grazie alla quale il target portoghese di deficit-Pil per quest’anno verrà innalzato dal 4,5 al 5 o più realisticamente al 6 per cento. E’ il minimo, dopo aver sentenziato ripetutamente che il Portogallo è un eccellente allievo della Troika. Ma la realtà è sempre molto vendicativa.

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