La battaglia (persa?) di Ben

(Post tecnico-politico, come si addice ai tempi che viviamo)

Ieri la Fed ha annunciato nuove ed ancor più aggressive misure non convenzionali di politica monetaria: il periodo di tassi “eccezionalmente bassi” viene segnalato permanere non più “almeno fino a fine 2014” ma a metà 2015, e non scommetteremmo contro la possibilità di un’ulteriore spinta più in là, tra qualche mese. Ma la misura più interessante è soprattutto un’altra.

In particolare questo passaggio:

«Per sostenere il continuo progresso verso massima occupazione e stabilità dei prezzi, il Comitato si attende che una posizione di politica monetaria altamente accomodante resterà appropriata per un considerevole tempo dopo che la ripresa economica si sarà rafforzata»

Letto in questo modo, sembra che la Fed abbia inteso il suggerimento contenuto nel paper di Michael Woodford, presentato giorni addietro a Jackson Hole, in cui si afferma che le azioni di easing quantitativo sono rilevanti non in sé ma nella misura in cui riescono ad alterare in modo durevole le attese degli operatori economici. In questo senso, aver omesso una data di conclusione degli acquisti (per 40 miliardi al mese) di titoli ipotecari è importante, oltre che piuttosto somigliante (condizionalità a parte) alla Bce che non pre-determina le quantità di titoli da acquistare, una volta scattato il salvataggio.

Molto aggressivo anche il fatto  la Fed potrebbe continuare a restare lasca anche in presenza di dati economici in miglioramento. La domanda che ci si pone ora è: un annuncio di questo tipo potrà realmente plasmare le attese degli agenti economici, convincendoli che l’America (ed il mondo) vanno incontro ad una fase “storica” di inflazione più elevata? Al momento, la reazione dei mercati è stata classica: aumento dei tassi d’inflazione previsti nei titoli di stato indicizzati ai prezzi al consumo, oro in orbita, materie prime in tensione, dollaro indebolito. Lo stesso era accaduto in occasione degli altri annunci di operazioni monetarie non convenzionali, ma i picchi erano poi rientrati, sotto la costante pressione deflazionistica prodotta da questa crisi di debito che in troppi continuano a non riconoscere come tale. Ma, riguardo l’azione della Fed di ieri, è comunque di rilievo che il dissenso in seno al FOMC sia praticamente scomparso (solo Jeffrey Lacker della Fed di Richmond: come sempre, del resto), e che l’azione prescelta abbia accantonato l’idea che l’attuale livello di disoccupazione possa essere considerato “strutturale” (cioè assai poco scalfibile) anziché ciclico.

Cambieranno le cose, oggi? A giudizio del maggior proponente del “gradino inflazionistico”, Paul Krugman, è piuttosto difficile che ciò accada davvero. I nostri timori, più che altro, sono relativi al fatto che anche questa terza versione di interventi, per quanto notevolmente aggressiva, si spenga nel nulla tra non molto. Ricordando che tra poche settimane negli Usa scatterà una violenta stretta fiscale che potrebbe giustificare una Fed che stampa furiosamente da qui a ben oltre il 2015. E, se tale stretta non dovesse scattare, resterebbe il problema della iperpotenza planetaria con una economia che arranca su livelli e dinamiche sempre più giapponesi e con livelli di disoccupazione di lungo periodo sempre più europei ed italiani.

Una cosa pare molto probabile: non se ne uscirà in tempi brevi. Ma si potrebbe anche azzardare che questa diverrà la “nuova normale” del mondo cosiddetto sviluppato.

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