La realtà stilizzata di Alesina e Giavazzi

Nell’editoriale comparso oggi sul Corriere, Francesco Giavazzi ed Alberto Alesina tornano sull’eccesso di pressione fiscale che caratterizza le manovre italiane, ed offrono alternative di intervento. Ma le ricette, vista la portata “esistenziale”, sembrano ignorare che neppure una onnipotente tirannide in assoluta assenza di opposizione sarebbe riuscita a cambiare il volto del paese secondo le modalità auspicate dai due economisti. E questa resta la principale debolezza argomentativa dei due accademici, da sempre.

Ad esempio, il pezzo si apre con la constatazione che i tagli di spesa che colpiscono gli enti locali non sono veri tagli di spesa:

«Di questi tagli, tuttavia, circa 23 miliardi sono minori trasferimenti a Comuni, Province e Regioni. Se questi enti, come sta accadendo, compenseranno la riduzione dei fondi che ricevono dallo Stato aumentando le tasse locali, il risultato complessivo di queste manovre sarà 105 miliardi di maggiori tasse e 20 di minori spese»

Questo è inequivocabilmente vero. Ma che alternative ci sono, per un governo centrale italiano, oggi? Quello di esautorare gli enti locali nella gestione del denaro pubblico, sostituendosi ad essi. Proviamo a riflettere: ciò vi appare realistico e, soprattutto, realizzabile in tempi rapidi? Non solo: immaginiamo che il governo centrale approvi una legge, a decorrenza immediata, che scioglie i consigli comunali, provinciali e regionali, accentrandone le competenze decisionali in capo al premier o al ministro dell’Economia, e vieta il ricorso a nuove entrate per pareggiare i conti pubblici locali.

In tal modo, i tagli agli enti locali possono unicamente essere tagli effettivi di spesa. Ciò implicherebbe, ad esempio, licenziare un elevatissimo numero di pubblici dipendenti e mettere immediatamente sul mercato tutte le municipalizzate, incluse quelle che operano con pesantissimi (e per esse vitali) sussidi. Ipotizziamo per puro assurdo che tali municipalizzate trovino acquirenti: ciò potrebbe avvenire solo consentendo al privato di applicare prezzi e tariffe tali da determinare economicità di gestione. La manovra si tradurrebbe, nell’immediato, in fortissimi aumenti dei prezzi dei biglietti del trasporti pubblici, delle tariffe per spazzatura e quant’altro. In attesa del processo di aggiustamento, che dovrebbe passare attraverso la messa a gara di tali servizi (senza peraltro certezza di abbattimento del costo del servizio), l’effetto ultimo sui consumatori sarebbe equivalente ad aumenti di imposte, perché consisterebbe in un pesante taglio al reddito disponibile. Tutta la costruzione riformistica di Giavazzi e Alesina, in questa ed altre occasioni, omette completamente di segnalare al lettore i costi e gli attriti del processo di aggiustamento, oltre a disinteressarsi della “realisticità” dell’intervento. Tutte le loro proposte sembrano modelli economici ad altissimo grado di stilizzazione ed astrazione. E questa è anche la loro debolezza argomentativa intrinseca.

I due tornano poi sul tormentone dei moltiplicatori, secondo i loro abituali canoni:

«Se ci limitiamo al caso italiano, l’esperienza degli ultimi 30 anni insegna che le manovre per lo più costruite su tagli di spesa (le poche che sono state fatte) hanno inciso sull’economia in misura trascurabile. Invece quelle attuate per lo più aumentando le imposte hanno avuto un «moltiplicatore» pari a circa 1,5: cioè per ogni punto di Pil (Prodotto interno lordo) di correzione dei conti l’economia si è contratta, nel giro di un paio d’anni, di un punto e mezzo»

Nel pezzo non si specifica il dataset usato, e quindi non abbiamo modo di sapere alcunché delle condizioni di contesto in cui tali manovre sono avvenute. Si ricade così nel cherry picking dei moltiplicatori, di cui abbiamo avuto un mirabile esempio nei giorni scorsi, in entrambe le direzioni. A&G concedono poi al governo di essere stato costretto ad agire sotto la pressione dell’emergenza (del rischio di default, per la precisione), e che in tali circostanze le leve di policy di elezione sono essenzialmente aumenti di imposte (e cancellazione di spesa in conto capitale), come peraltro già indicato da Mario Draghi mesi addietro.

Ma superata la fase di maggiore emergenza, sostengono A&G, si doveva e si poteva agire con tagli di spesa pubblica per consentire una riduzione delle aliquote:

«Stato e amministrazioni locali spendono ogni anno (dati del 2010 e senza contare gli interessi sul debito) circa 720 miliardi. Togliamo i 310 miliardi che vanno in pensioni e spesa sociale: ne restano 410. Una riduzione del 20 per cento di queste spese, senza alcun taglio alla spesa sociale, consentirebbe di risparmiare 80 miliardi e di ridurre la pressione fiscale di 10 punti»

Premesso che, nell’attuale contesto, e con un sistema bancario che genera credit crunch, i tagli di spesa andrebbero a ridurre il deficit e lo stock di debito e non a ridurre le imposte, come forse avrete colto, nella “restante” parte di spesa figurano la spesa sanitaria e quella per dipendenti pubblici, in attività ed in quiescenza. E’ verosimile tagliare un quinto di queste spese? Forse sì, forse no. E dipende dal tempo richiesto. Quanti posti di lavoro pubblici andrebbero soppressi, posto che il numero di pubblici dipendenti italiani non è significativamente maggiore che nella media Ocse ma che certamente lavorano assai peggio, a causa di modelli organizzativi sbagliati?

Sulla spesa sanitaria, abbiamo detto: la spesa totale nazionale (pubblica e privata) italiana è nella media dei paesi sviluppati, e certamente inferiore ad altri esempi che la vulgata ritiene “virtuosi”. Ma, ciò che più conta, è realistico pensare che un paese nelle condizioni attuali dell’Italia, e con un governo di tecnocrati non investiti da legittimazione popolare, decida una imponente privatizzazione del sistema sanitario nazionale, che è scelta politica ed “esistenziale” di una comunità nazionale? Lecito nutrire robusti dubbi, anche ipotizzando di avere un elettorato di sfrenati liberisti. E se l’intervento sulla sanità fosse anche “solo” relativo al costo standard, siamo certi che una simile manovra andrebbe in vigore rapidamente e senza scompensi? Ancora una volta, incoerenza temporale e “negligenza” della variabile di legittimazione democratica, prima ancora che parlamentare. Ma suggerimento suggestivo, come inevitabilmente è ogni proposta di importanti abbattimenti dell’imposizione fiscale.

Si prosegue con la critica al governo, neppure troppo velata, di non aver ancora dato attuazione al piano Giavazzi di compensazione tra crediti d’imposta alle imprese ed imposte per le medesime:

«Lo Stato eroga ogni anno circa 30 miliardi di sussidi diretti alle imprese e altri 30 nella forma di detrazioni fiscali. Le Ferrovie ad esempio ricevono (senza contare i fondi spesi per l’alta velocità) oltre 4 miliardi l’anno. Una parte di questo denaro è un sussidio alle classi a reddito medio-alto: ad esempio gli sconti agli anziani (per le Ferrovie si diventa anziani a 60 anni, 5 prima dell’età di pensionamento) concessi a tutti, anche a chi guadagna un milione di euro l’anno. Non sarebbe meglio far pagare il costo del servizio e, di nuovo, compensare i poveri con imposte negative sul reddito?»

Tutto massimamente condivisibile, ma delle due l’una (o entrambe): o le imprese pubbliche che fanno la parte del leone nella ricezione di tali sussidi fanno muro lobbystico con grande successo; oppure il governo è cosciente che, ad oggi, tagliare i sussidi alle Ferrovie (e non solo) implicherebbe solo un generalizzato aumento del prezzo dei biglietti, per tutta l’utenza e non solo per i “ricchi”. A maggior ragione sapendo che, a livello di trasporti locali, le Regioni hanno già sciaguratamente assegnato al monopolista Trenitalia la gestione del servizio locale, con contratti pluriennali che il governo non può/non vuole stracciare. A questo punto, il taglio dei sussidi alle imprese di trasporto si tradurrebbe, nel breve-medio termine, in riduzione del reddito disponibile per l’utenza, esattamente come una tassa.

Per concludere, ed in sintesi: le proposte di Alesina e Giavazzi, anche al netto di una evidente opzione ideologica per il privato (che in Italia non esiste, sostituito da una mefitica rete di consorterie trasversali, indipendentemente dalla forma proprietaria), sono largamente condivisibili*. Ciò che è assai meno condivisibile è la sbrigatività, che sconfina nella faciloneria, con cui i due si liberano della realtà e della valutazione degli inevitabili costi di transizione, con l’aggravante di omettere che tali processi, anche dopo essere stati formalmente scelti dalla popolazione, necessitano di condizioni macroeconomiche differenti da un crollo del Pil che non ha precedenti nella storia del paese.

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(* Ad evitare che qualche imbecille prenda le nostre parole come la legittimazione e la richiesta di aumenti di imposte)

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