Ieri, sul Corriere, un editoriale di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi ribadiva la “ricetta” dei due prestigiosi accademici per trattare alcune eclatanti situazioni di dissesto bancario. Ricetta, che manco a dirlo, prevede l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti. Perché in Italia abbiamo questo di bello: ripetiamo lo stesso ritornello ossessivamente, soprattutto se si tratta di palese sciocchezza edificata sopra un tempio di non sequitur.

Poiché viviamo tempi eccezionali, oggi tocca pure di dover citare un editoriale di Alesina e Giavazzi. Questa volta non per il mirabile esempio di austerità espansiva del Canada, che ormai è lo standard con cui il Dinamico Duo risponde anche a chi chiede l’ora, bensì per l’aspetto “comportamentale” (o behavioristico, come direbbero quelli che hanno fatto il militare a Cuneo) indotto dalle misure della legge di Stabilità. Detto in soldoni: è espansiva o no?

Oggi sul Corriere, nella giornata che la stampa italiana dedica per tradizione alle omelie (Scalfari su Repubblica, Guido Rossi sul Sole), arriva la terza messa, per opera di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi. Dove si prende atto, se mai ve ne fosse bisogno, che per tentare di rilanciare la nostra economia serve sforare i parametri fiscali europei, cioè agire anche dal lato della domanda.

Ennesimo editoriale della premiata ditta Alesina e Giavazzi, oggi sul Corriere, relativo al tabù del taglio di spesa pubblica in Italia. Concetti che sarebbero pure condivisibili, se non fossero frammisti alla elevazione a modello di quello che semplicemente modello non è. Mentre, nel frattempo, anche qualche paese virtuoso ed a massimo merito di credito si incammina verso un avvitamento che metterà alla prova la tesi secondo cui i tagli di spesa si possono e debbono fare indipendentemente dal contesto economico circostante, ad esempio durante una crisi fiscale indotta da una recessione che somiglia molto ad una depressione, a sua volta indotta da una crisi finanziaria. Ma andiamo con ordine, sperando di riuscire a farci capire.

Nell’editoriale comparso oggi sul Corriere, Francesco Giavazzi ed Alberto Alesina tornano sull’eccesso di pressione fiscale che caratterizza le manovre italiane, ed offrono alternative di intervento. Ma le ricette, vista la portata “esistenziale”, sembrano ignorare che neppure una onnipotente tirannide in assoluta assenza di opposizione sarebbe riuscita a cambiare il volto del paese secondo le modalità auspicate dai due economisti. E questa resta la principale debolezza argomentativa dei due accademici, da sempre.

L’ultimo editoriale di Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, dedicato alla ristrutturazione del welfare sanitario, suggerisce una riduzione della “partita di giro” in base a cui “il nostro Stato sociale si è trasformato in una macchina che tassa le classi medio-alte e fornisce servizi non solo ai meno abbienti (com’è giusto che sia) ma anche alle stesse classi a reddito medio-alto. Questo giro di conto, con aliquote alte, scoraggia il lavoro e la produzione”. E’ tutto condivisibile, ma nei numeri a sostegno della tesi c’è una evidente forzatura.