Macromonitor – 2/12/2012

Settimana in recupero sia per gli attivi rischiosi che per i titoli di stato, mentre i dati macroeconomici sembrano indicare la ripresa manifatturiera per l’Asia. Deludono i dati di Pil del terzo trimestre per Brasile e India.

Sul mercato obbligazionario governativo i rendimenti sono diminuiti pur in presenza di recupero delle quotazioni azionarie, in una rappresentazione di quanto accaduto nel corso dell’anno. In essenza, è l’azione monetaria non convenzionale delle banche centrali che consente ai prezzi di azioni e titoli di stato di crescere contemporaneamente, sospendendo la tradizionale relazione inversa. Nel 2013 si prospetta un’ulteriore accentuazione degli acquisti, non solo per effetto dei 1.000 miliardi di dollari previsti per la Fed, quanto per la revisione al rialzo della stima di acquisti di titoli di stato da parte della Bank of Japan, ad oggi stimati in 15.000 miliardi di yen, pari a circa 180 miliardi di dollari. Al contempo, è probabile una pausa negli acquisti della Bank of England ed una limitazione per la Bce, visto l’ambito ristretto di acquisti effettuabili in ambito del programma OMT, limitato al tratto di curva tra uno e tre anni.

Tali acquisti previsti da parte delle banche centrali si confrontano con uno scenario di emissioni obbligazionarie nette lievemente cedenti, frutto sia di politiche fiscali restrittive (che riducono il deficit pubblico), sia di minori emissioni di debito aziendale, anche sulla base dell’ipotesi che le forti emissioni di quest’anno rappresentino soprattutto un’anticipazione opportunistica di future esigenze di finanziamento. Al contempo, ci si attende un ulteriore incremento delle riserve valutarie, pur se a passo inferiore rispetto al record del 2010-2011.La disponibilità di mezzi investibili dovrà tener presente che i rendimenti obbligazionari, nei paesi considerati “sicuri”, è ai minimi storici assoluti. Anche per queste considerazioni i paesi con rendimenti dei titoli di stato ancora elevati (quali Italia e Spagna) potrebbero beneficiare di importanti correnti di acquisto globali, se lo scenario economico dovesse essere stabilizzato.

I mercati azionari hanno recuperato ulteriormente in settimana, portando l’incremento a circa il 5 per cento medio sugli indici globali nella seconda metà di novembre e azzerando le flessioni successive all’esito elettorale negli Stati Uniti. Il mercato azionario statunitense mostra una sottoperformance rispetto agli altri mercati, comparsa a partire dall’estate. In Cina, i dati di attività manifatturiera mostrano una ripresa, mentre in Giappone si attende l’esito delle elezioni del 16 dicembre, che potrebbe spingere ulteriormente il mercato azionario grazie a nuovi stimoli decisi da un eventuale governo del liberaldemocratico Shinzo Abe.

In quest’ultimo caso, tuttavia, per gli investitori non domestici resta importante valutare il rischio valutario, visto che lo yen è atteso indebolirsi in tale scenario, anche è opportuno ricordare che il consenso sull’indebolimento dello yen (ed il relativo posizionamento di mercato) è talmente elevato che non si possono escludere movimenti opposti di una certa magnitudine, in base alla logica contrarian. In Eurozona, il rally dei periferici conferma che il programma OMT della Bce resta un convitato di pietra sui mercati, impedendo iniziative speculative ribassiste e contribuendo in modo decisivo al crollo della volatilità, che a sua volta induce correnti di acquisto sui titoli di stato di Italia e Spagna.Tale compressione degli spread stimola la propensione al rischio, alimentando i rialzi azionari.

Sul mercato dei cambi, il dollaro ha terminato il mese di novembre pressoché invariato in termini ponderati per i flussi commerciali. Sullo scenario valutario di breve termine pesano le incertezze sul Fiscal cliff. Da un accordo che differisca i rialzi d’imposta potrebbe prodursi un rialzo del dollaro, perché l’economia statunitense riceverebbe una spinta alla crescita che potrebbe mettere pressione rialzista ai rendimenti di mercato. Ma allo stato attuale è improbabile che la Fed, pure in una scenario del genere, si muoverebbe per revocare la propria posizione monetaria eccezionalmente accomodante almeno fino a metà del 2015. Il risultato sarebbe, verosimilmente, un successivo indebolimento del dollaro, che tornerebbe ad essere utilizzato su base estensiva per strategie di carry trade. L’euro potrebbe quindi rafforzarsi sul biglietto verde, in considerazione sia di ricoperture (anche parziali) delle imponenti posizioni corte sulla moneta unica sia per il fatto che, in condizioni di rally globale degli attivi rischiosi, l’euro beneficia di riciclaggio di riserve valutarie delle banche centrali.

Settimana di scarse oscillazioni per le materie prime, con forti guadagni per i metalli base che vanno a compensare l’andamento cedente dell’energia. I metalli base beneficiano dei dati macro di ottobre provenienti da Cina, Stati Uniti (attraverso gli ordini di beni durevoli), Giappone e persino Eurozona, e ciò dà fiducia all’ipotesi di uno scenario di ripresa manifatturiera. L’oro sembra da tempo essere entrato in una fascia di oscillazione, pur se di una certa ampiezza, e ciò alimenta discussioni circa l’eventuale conclusione della lunga fase rialzista avviatasi nel 2000. L’andamento dell’oro, nell’ultimo anno, è stato condizionato dalla debolezza nella crescita delle economie emergenti, che rappresentano una importante fonte di domanda di oro (stimata intorno al 75 per cento). Il rally dell’oro, lo scorso decennio, ha coinciso con l’ascesa delle economie emergenti ed il rapido apprezzamento delle loro valute contro dollaro. Il venire meno di tal crescita degli emergenti e delle loro divise ha coinciso con l’entrata dell’oro in una fase riflessiva. Se tale ipotesi è corretta, la probabile ripresa delle economie emergenti potrà fornire nuovi stimoli, pur se previsti contenuti, al metallo giallo.

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