Sulle macerie di un avanzo primario

Oggi sul Fatto compare un pezzo di Stefano Feltri  a commento del Rapporto 2012 sulla sostenibilità fiscale elaborato dalla Commissione europea. “L’Italia non pare a rischio di stress di bilancio nel medio periodo”. Il che significa che i rischi di insostenibilità dei nostri conti pubblici calano già su un arco temporale di 3-5 anni, e nel lungo periodo vengono ulteriormente ridimensionati. Gran bella cosa, le proiezioni. Ma anche no.

Come dovrebbe essere noto, le stime della Commissione si basano sul conseguimento, dal 2014, di un avanzo primario (cioè dell’eccedenza di entrate sulle spese, ad eccezione di quelle per interessi), pari al 5 per cento del Pil. Se mantenuto, un avanzo primario di questo ordine di grandezza servirebbe a portare il rapporto debito-Pil del nostro paese al 60 per cento nel 2030. Il problema è che pensare di mantenere così a lungo un simile avanzo primario non appare in linea con la storia (recente e no) del nostro paese. E non solo del nostro visto che, come scrive la Commissione, “si tratta di un avanzo primario strutturale superiore di 2 punti percentuali di Pil rispetto a quello osservato in media in Italia, Polonia, Ungheria, Malta, Slovacchia, Romania e Lettonia nel periodo 1988-2011”

E’ interessante notare che si fa riferimento ad un gruppo di paesi che, per stragrande maggioranza, sono ex comunisti e caratterizzati da bassi livelli iniziali di pressione fiscale, tasso di crescita dell’economia piuttosto sostenuto (anche per effetto di catch-up, cioè di “inseguimento” e convergenza verso quelli a più alto reddito), demografia favorevole (cioè popolazione mediamente giovane e con tendenza non trascurabile all’emigrazione) e bassi livelli di spesa per welfare. Queste sono esattamente le condizioni ideali per conseguire elevati (e persistenti) avanzi primari. All’opposto, a parità di limiti, un paese tra i più anziani al mondo, privo di crescita, con un welfare nel complesso pesante, iniquo ed inefficiente è destinato ad andare incontro a sofferenze acute ed allo smantellamento del proprio welfare, il che implica l’inevitabile necessità di attingere alle basi patrimoniali cumulate nel corso delle generazioni, in caso fosse rimasto qualcosa dopo i prelievi fiscali, patrimoniali e non, delle ultime manovre.

Quindi, la sintesi non varia: o riprende una cosa chiamata “crescita”, oppure mantenere un avanzo primario di questa magnitudine è pura utopia, a meno di voler devastare la struttura sociale di un paese destinato a virare rapidamente verso la disperazione sociale. Ah, e finché avremo un sistema creditizio in queste condizioni di credit crunch, siate gentili: evitate di ripetere la filastrocca delle dismissioni patrimoniali con cui abbattere il rapporto debito-Pil in alternativa all’avanzo primario, e noi non vi racconteremo di quanto sarebbe ganzo avere come premier il Cappellaio Matto.

C’è peraltro una terza opzione, che è quella più probabile, a nostro giudizio: che il Fiscal compact venga progressivamente disapplicato per deroghe accettate dalla Ue a fronte della realtà, cioè della impossibilità di mantenere il passo previsto di riduzione del rapporto di debito. Anche perché, nel Fiscal compact, esiste una incoerenza logica ed operativa non di poco conto: se infatti l’obiettivo del cosiddetto “equilibrio di bilancio” è costruito in modo lineare e razionale, utilizzando come parametro di riferimento il deficit “strutturale”, cioè corretto per tenere conto dello scostamento di Pil rispetto al potenziale, l’obiettivo di convergenza su base ventennale al 60 per cento di debito-Pil è invece riferito a grandezze assolutamente nominali. Quindi, o si fanno dismissioni (che oggi ed ancora per un bel po’ di tempo non si potranno fare), oppure semplicemente nessun soggetto sano di mente (quindi anche i tedeschi) potrebbe pensare di “caricare” tutto l’aggiustamento sull’avanzo primario, in assenza di una ripartenza dell’economia che non è per domani né per dopodomani, temiamo.

Ecco perché il prossimo premier italiano, chiunque esso sia, dovrà evitare di genuflettersi di fronte alle tabelle di numeretti magici che avrebbero valenza ansiolitica per gli elettori tedeschi ma che aprirebbero le porte dell’inferno per i poveri disgraziati italiani, così adusi a rimbecillirsi davanti alla televisione, attendendo la Fata Turchina.

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