Vendola, o dell’ignoranza sterco del demonio

Intervenendo questa mattina a 24Mattino, su Radio24, il leader di Sel, Nichi Vendola, ha rilanciato l’idea di una patrimoniale su quelle che ormai tutti o quasi, per sfinimento ed ignoranza, chiamano “rendite finanziarie”. E non si è fatto mancare nulla, inclusi alcuni sfondoni che testimoniano della drammatica urgenza di studiare non tanto un minimo di economia, in questo paese, quanto proprio i concetti di base, anche solo a livello definitorio.

Vendola parte con un proclama alquanto bellicoso:

«Noi dobbiamo innanzi tutto stanare questa ricchezza»

E qui siamo fortemente tentati di strapparci i capelli o chiedere asilo politico all’ambasciata di Marte. Intanto, l’incipit: perché “stanare”, Vendola? Lei è davvero convinto che quella ricchezza si “nasconda”, magari anche entro i patri confini? Lei si rende conto che, con queste tecniche dialettiche da tribuno della plebe, lei esprime giudizi morali che incitano ad assimilare il risparmio a qualcosa di intrinsecamente malvagio, al limite della antica identificazione cattocomunista del “denaro sterco del demonio”? Siamo all’assioma in base al quale se qualcuno possiede dei risparmi ciò significa che ha qualcosa da nascondere, e che ha fatto qualcosa di anticomunitario e moralmente riprovevole?

Ma è la frase successiva che lascia basiti per ignoranza definitoria, sempre funzionale a queste tesi da manettaro dei risparmi:

«Se si immagina che quella finanziaria del Paese è stimata in quattromila miliardi di euro e che viceversa meno di mille persone dichiarano nella denuncia dei redditi più di un milione di euro all’anno di reddito, siamo di fronte a una ricchezza largamente imboscata»

E qui ci sta tutto un bel “Nichi, che stai a dì?” Intanto, le pere con le mele: pochi contribuenti dichiarano un reddito di un certo livello, eppure la ricchezza, cioè un patrimonio, è elevata? Vendola, lei sta scherzando o ci prende per analfabeti? Guardi, funziona così, segua bene che poi le faccio anche il disegnino: io guadagno un reddito, su cui pago le tasse (almeno dovrei, almeno ciò accade per la stragrande maggioranza dei risparmiatori italiani, incluso chi ora le sta scrivendo); il mio reddito disponibile, cioè dopo le imposte, posso consumarlo o risparmiarlo. Se sono così fortunato da riuscire a risparmiarlo, compro dei titoli (di stato, azioni, obbligazioni), che sono patrimonio, cioè “ricchezza finanziaria”. Oppure posso comprarci degli immobili, cioè “ricchezza reale”. Le è più chiaro, così?

Sui miei risparmi, la “ricchezza finanziaria” che mi impedisce di guardarmi allo specchio la mattina per i sensi di colpa, pago tasse a mezzo di una imposta sostitutiva, oggi al 20 per cento. Se sono titoli dello stato italiano, però (o buoni postali, il che è lo stesso), pago il 12,5 per cento, perché lo stato necessita di avere un aiutino per collocare presso le famiglie il proprio enorme debito. E’ ancora sintonizzato, Vendola, oppure è già sul suo destriero a declamare su crune dell’ago e Regni dei cieli?

Anche i delinquenti pagano il 20 o il 12,5 per cento sui proventi delle proprie attività finanziarie. Ma forse siamo tutti delinquenti, lei che dice? Ma confondere imposte sui redditi con imposte patrimoniali grida vendetta. Un po’ come sentire, nei telegiornali (è capitato) che il mitico François Hollande (il disastro sinistro che attende di accadere) avrebbe messo “una patrimoniale sui redditi più elevati”. Le parole sono importanti, Vendola. Ed ancor più lo sono i concetti che ad esse stan dietro.

Perché non chiede al suo socio di coalizione e futuro premier, Pierluigi Bersani, di fare una riforma fiscale tale da tassare ad aliquota marginale (cioè in dichiarazione) tutti i redditi di capitale, dopo aver applicato una franchigia che identifichi la leggendaria classe media, come suggerito qui? Non è lei quello che, ad ogni pié sospinto, invoca la progressività? Questa è l’alternativa praticabile. In alcuni paesi, fortunatamente mondati da una demagogia come la sua, esiste pure. E peraltro servirebbe ad evitare “l’effetto Trilussa”: quello che ci dice che, in media, le famiglie italiane posseggono attivi finanziari per 150.000 euro ciascuna.

Forse questo lei non lo sa. Forse il suo furore ideologico, accoppiato ad una scarsa comprensione della materia, la porta a credere che esista solo una cosa chiamata patrimoniale. Però si chieda perché lei e tutti quelli come lei, ad esempio l’altra grande cattocomunista in servizio permanente effettivo sul nostro proscenio politico, Rosy Bindi, invocate ad intervalli regolari la “tassazione delle rendite finanziarie” e poi tornate a cuccia, dopo aver incassato la vostra rielezione. La vostra è solo ignoranza o c’è altro?

Ce lo faccia sapere, per cortesia. O saremo costretti a cercare di “stanarla”.

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