I buoni propositi fiscali del FMI

In un commento apparso sul blog istituzionale, il direttore del Dipartimento Affari fiscali del Fondo Monetario Internazionale, Carlo Cottarelli, ed il suo vice Philip Gerson riflettono sui “buoni propositi” per l’anno nuovo. Osservando che, in ambito di politica fiscale, talvolta tali propositi si sono effettivamente realizzati ma che occorre evitare di compiere errori, da qui in avanti.

Alcuni tra i paesi più sviluppati sono riusciti nel 2012 a ridurre il rapporto deficit-Pil, osservano Cottarelli e Gerson, ed in alcuni casi anche ad iniziare a piegare il rapporto debito-Pil. Ma vi sono anche altri paesi, e tra essi alcune tra le maggiori economie del pianeta, che devono ancora avviare un percorso di riequilibrio delle finanze pubbliche. I due esempi eclatanti di questo secondo gruppo sono evidentemente Stati Uniti e Giappone. Nel primo caso è stato evitato il Fiscal cliff e poste le basi per un consolidamento fiscale con la manovra di Capodanno, mentre nel caso del Giappone è stato promosso l’ennesimo stimolo fiscale (in aggiunta ad una politica monetaria reflazionistica dichiaratamente molto aggressiva) che porterà il rapporto deficit-Pil di quest’anno ad un mirabolante 11,5 per cento.

Il punto, sostengo i due economisti del Fondo, è come disegnare il consolidamento fiscale in modo da evitare o minimizzare effetti depressivi sulla crescita. E qui vengono svolte alcune considerazioni di buonsenso ma di vasta portata. In condizioni normali, infatti, ogni taglio di spesa pubblica di 1 dollaro causa un calo inferiore del livello di attività, perché le risorse “liberate” dal taglio al settore pubblico tendono ad essere riallocate a quello privato. Almeno, questo è quanto accade sui libri di testo.

Il problema è cosa accade quando il ridimensionamento del settore pubblico (compiuto elettivamente a mezzo di tagli di spesa) non si trasmette al settore privato, per una serie di motivi. Ad esempio, perché la politica monetaria non riesce a diventare espansiva quanto necessario perché i tassi ufficiali sono già vicino allo zero. Oppure perché il settore privato (famiglie ed imprese, soprattutto banche, diremmo) è debole, e non in grado di raccogliere il testimone della crescita dal settore pubblico. In circostanze come queste il valore del moltiplicatore fiscale di tagli al settore pubblico tende ad innalzarsi, spesso ben oltre l’unità. Scrivono Cottarelli e Gerson:

«(…) Ecco perché i governi che possono permettersi di muovere gradualmente devono fare attenzione a non stringere troppo, ora»

Il punto è gestire questo “passaggio di testimone” dal settore pubblico a quello privato. Proseguono i due:

«Ma le attuali deboli condizioni [del settore privato] non dureranno per sempre. Quando i bilanci del settore privato saranno stati riparati e le banche recupereranno la loro capacità di prestare, la domanda privata dovrebbe riprendere. Quando ciò accadrà, la minore domanda pubblica per merci e servizi sarà sostituita in parte da una più forte domanda privata. Ovviamente, ciò richiederà che le condizioni monetarie rimangano lasche per un lungo periodo di tempo. Questo è quanto la Fed ha recentemente reiterato e quello che le altre banche centrali dovrebbero fare»

«Questo significa che, quando le condizioni finanziarie lo consentiranno, i paesi che necessitano di stringere la propria politica fiscale dovranno farlo in modo graduale e costante, evitando di concentrare la manovra nel breve periodo, una posizione che noi [il FMI, ndPh.] sosteniamo da qualche tempo. L’enfasi dovrebbe essere posta sia su “graduale” che su “aggiustamento”: limitarsi a rinviare al futuro ogni aggiustamento sarebbe difficilmente credibile. Il bisogno di evitare manovre concentrate sul breve termine è stato riconosciuto in molti paesi che stanno attualmente implementando programmi di aggiustamento supportati dal FMI. Ad esempio, in risposta alla lenta crescita, gli obiettivi fiscali sono stati rivisti sia in Irlanda che in Portogallo, consentendo un passo di consolidamento più graduale di quanto sarebbe stato possibile se gli obiettivi originari fossero stati mantenuti»

Qui occorre decodificare l’essenza del precetto di policy (che è di puro buonsenso) e separarlo da alcune ricostruzioni che sono soprattutto narrative di tipo politico.

Il precetto che ci interessa maggiormente è soprattutto uno: se il settore privato è prostrato, ad esempio perché troppa austerità concentrata nel breve termine ha spinto l’economia in profonda recessione, destabilizzando le banche e concorrendo a spingerle in credit crunch, i tagli fiscali non fanno che aggravare la crisi. Abbiamo il fondato sospetto che questo identikit corrisponda ai paesi dell’Eurozona, voi che dite? Se, invece, un paese è stato in deficit pubblico (ed ha attuato una politica monetaria molto espansiva) per il tempo necessario a permettere al settore privato di riprendersi dalla crisi, e se quel paese dispone pure di banche che sono tornate a prestare all’economia, ecco che è possibile avviare il consolidamento fiscale, pur se con gradualità e senza caricare tutto sul breve termine. Abbiamo il fondato sospetto che questo identikit corrisponda agli Stati Uniti, voi che dite?

Quanto alla gradualità nel perseguimento degli obiettivi fiscali in caso di Irlanda e Portogallo (ma anche di tutto il resto dell’Eurozona, tra poco, quando sarà chiaro che l’austerità è stata controproducente ed il settore privato è in ginocchio), essa è semplicemente una esigenza di mera sopravvivenza. Spetta al FMI convincere i tedeschi, e molto è già stato fatto in questa direzione, finora. Sperando che non debba intervenire la realtà, che di solito è molto poco conciliante con gli ottusi che continuano a ripetere ossessivamente lo stesso errore.

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