Crosetto e il machete della realtà

Come ormai universalmente acquisito, è in corso quasi ovunque una stretta monetaria molto vigorosa e concentrata nel tempo. Le banche centrali, ridestatesi dal torpore della transitorietà dell’inflazione, in cui si erano crogiolate lo scorso anno, stanno correndo per recuperare il tempo e la credibilità perduti.

Non sappiamo se raggiungeremo quella che è stata definita “immacolata disinflazione”, cioè la sconfitta dell’inflazione senza causare una recessione. Al momento, a giudicare dagli inflazionati commenti degli esponenti di Federal Reserve e Bce, pare esserci la volontà dei banchieri centrali di accettare un aumento di disoccupazione, pur di piegare la corsa dei prezzi.

Inflazione da offerta? Non solo, non più

Si è detto, per lunghi mesi, che questa inflazione è frutto di uno shock di offerta, a seguito della crisi energetica e delle strozzature alle catene globali di fornitura, causate di volta in volta dalle giravolte cinesi sul Covid o dalla riconfigurazione dei blocchi commerciali in funzione delle alleanze geopolitiche.

La versione dell’esclusivo shock di offerta pare tuttavia non reggere più. Sia perché domanda e offerta sono logicamente interconnesse, e di conseguenza la perturbazione che giunge da una si riverbera sull’altra, sia perché le principali economie, in questi mesi, hanno mostrato una inaspettata resilienza e un mercato del lavoro che resta in complesso tonico. Questo aumenta il rischio che si inneschi una spirale prezzi-salari.

Riguardo il lavoro, c’è una peculiarità che accomuna Stati Uniti ed Europa, Regno Unito incluso: un crescente squilibrio tra domanda (quella delle imprese) e offerta (quella dei lavoratori). Quello che gli economisti chiamano mismatch, sia quantitativo che qualitativo. Cioè più domanda che offerta (a volte anche da accresciuta inattività per motivi di salute, come in UK), e ricerca di profili professionali che si trovano con fatica o non si trovano, per vari motivi.

Questo squilibrio si evidenzia nelle statistiche sul rapporto tra nuove posizioni ricercate dalle imprese e numero di disoccupati, ad esempio. Il dato è del tutto evidente negli Stati Uniti, con la domanda che supera l’offerta, ma anche in Europa. In particolare, ma non solo, in Germania: numero di occupati al massimo post riunificazione. Ma anche in Italia, nel nostro piccolo, non ci lamentiamo, col nuovo massimo del tasso di occupazione, sia pure “all’italiana”, cioè molto lontano dalla media europea e realizzato con ampie quote di lavoro a tempo determinato.

Quindi, anche se stiamo aspettando la recessione più telefonata della storia, le economie restano robuste, fors’anche perché la politica fiscale non è ancora diventata manifestamente restrittiva. Questo aspetto è un cruccio delle banche centrali, che enfatizzano il fatto di dover spingere di più sul freno monetario proprio perché i governi non hanno ancora stretto la cinghia fiscale.

Una banca centrale “troppo” indipendente?

Come che sia, e dopo questo largo cappello introduttivo, oggi su Repubblica c’è un’intervista al ministro italiano della Difesa, Guido Crosetto. Il co-fondatore di Fratelli d’Italia nonché il “privato cittadino” (sua autodefinizione) più presente sulla scena politica degli ultimi anni e da sempre predestinato a guidare la Difesa.

Che disse, Crosetto? Quello che il governo italiano dice da tempo. Anzi, che i governi italiani lamentano da un quindicennio, a intermittenza: la Bce è un problema per l’Italia, quando stringe la politica monetaria. Nessuno o quasi si rallegrava quando l’Eurotower aspirava i nostri titoli di stato a costo zero. Ma l’asimmetria è prodotto tipico italiano, come noto.

Il tema è sempre lo stesso, tanto caro ai sovranisti italiani:

L’Europa deve porsi il tema di come coniugare le rilevanti decisioni politiche, assunte in modo indipendente dalla Bce e dall’Eba, con quelle che prendono la Commissione europea e i governi nazionali. Abbiamo lasciato a organismi indipendenti e che rispondono solo a se stessi, la possibilità di incidere sulla vita dei cittadini e sull’economia, in modo superiore alla Commissione europea e soprattutto ai governi nazionali. È legittimo chiedersi quanto sia giusto?

Torna, in queste parole, l’antica critica all’indipendenza delle banche centrali e, più in generale, a quella dei regolatori e delle tecnostrutture. Tema complesso, che meriterebbe approfondimenti in sedi più strutturate di un’intervista a un ministro pro tempore. Ma è in questa intervista che il ministro cade in alcune fallacie logiche.

Ad esempio, Crosetto lamenta che l’Italia, in conseguenza del rialzo dei rendimenti, si troverà a pagare venti miliardi in più di spesa per interessi.

Senza inflazione e tassi si sarebbero fatti maggiori investimenti nell’economia e si sarebbe scongiurato l’aumento delle accise sulla benzina o il taglio della rivalutazione di alcune pensioni.

Se non ci fosse l’inflazione, sarei un tram

Appunto: senza inflazione e conseguente necessario rialzo dei tassi, avremmo potuto fare cose meravigliose. E se avessi le ruote sarei un tram, come dicono a Milano (a Roma si esprimono in modo più colorito). Ma purtroppo c’è alta inflazione, che non appare esclusivo frutto di uno shock di offerta, e venivamo da una lunga fase di tassi zero o negativi che hanno causato e causeranno molte emicranie. Anche sui conti pubblici, con le perdite delle banche centrali sul portafoglio titoli, che finiranno in capo ai contribuenti, direttamente o indirettamente.

Non è quindi chiaro cosa vorrebbe Crosetto: continuare coi tassi a zero e assorbire tutto il deficit italiano, e anche oltre? Questo passaggio è notevole:

Il rialzo dei tassi può essere anche una scelta comprensibile, ma non intervenire più come prima sulle emissioni di debito pubblico è una cosa più difficile da comprendere e giustificare.

Quindi, vediamo: va anche bene che la Bce alzi i tassi, ma dovrebbe almeno darci in cambio l’acquisto dei nostri titoli di stato, per ridurre la nostra ansia da collocamento. Ma, se ciò accadesse, pagheremmo comunque molto di più in spesa per interessi. Come si risolve questa contraddizione? Non ho idea e neppure Crosetto, malgrado l’abituale assertività.

Ma quindi, il leggendario scudo anti-spread, il TPI, che sta per Transmission Protection Instrument e che per altri sarebbe in realtà acronimo di “To Protect Italy“? Quello non serve. O meglio, servirà se l’Italia avrà problemi di spread di tipo “involontario”, cioè non causati da condotte kamikaze e di sfida alla Bce o alla Ue. E anche allora, per avere gli acquisti di Francoforte, con alta probabilità dovremo firmare un memorandum e sottoporci a misure correttive. La stessa via crucis del famigerato MES, che la premier Giorgia Meloni dice che mai richiederà. Finché memorandum non ci separi, verrebbe da dire. Ma non divaghiamo.

Crosetto lamenta che neppure lo scudo Bce serva:

Se è sufficiente o meno ce lo dice il mercato, quello che crediamo io, lei o la Lagarde non conta nulla. Se guardiamo i grafici e vediamo cosa sta succedendo sui mercati allora capiamo che lo scudo non è sufficiente.

Non è proprio così. Il mercato in queste settimane ci dice che lo spread italiano è in complesso stabile, quindi non stiamo peggiorando la nostra condizione relativa. Certo, lo spread è stabile con rendimenti molto più elevati, ma per quello possiamo fare ben poco. Oppure Crosetto sta chiedendo che salgano tutti i rendimenti tranne quelli italiani, “perché noi valiamo”?

Sia chiaro: non sto difendendo a oltranza le banche centrali né la Bce né le esternazioni della sua presidente, che spesso appare una turista per caso, in quel ruolo. Ma non scordiamo che la Bce resta istituzione collegiale, e che questa presidenza è più che altro il portavoce “politico” delle dinamiche interne, a differenza di quanto accaduto con Mario Draghi. E non potrebbe essere altrimenti, viste le storie personali e professionali dei protagonisti. Di certo, come sostengo alla nausea, personalizzare la Bce e farla coincidere con la persona di Christine Lagarde non ha alcun senso. Io, peraltro, sbagliando a mia volta ma forse meno, terrei gli occhi su Isabel Schnabel.

Siamo sovrani, tutelateci

Che dire, quindi, della posizione di Crosetto? Che non è nulla di nuovo. Solite lamentazioni e vittimismo italiano, viste da angolazione “sovranista”, e che poggiano su conoscenze raccogliticce. Ma conoscenza e consapevolezza sono optional del dibattito politico, soprattutto in Italia. Piuttosto, da queste premesse, avremo la prossima sfilza di recriminazioni contro i “poteri forti” e lo “straniero” che cercano di mettere sotto tutela il nostro meraviglioso paese, per depredarlo meglio. E qui, come al solito, ci scappa un bello yawn. Non prima di aver constatato per l’ennesima volta la singolare natura dell’orgoglioso sovranismo italiano, sempre alla ricerca di “tutele esterne”, come Crosetto ribadisce nell’intervista.

Per il momento, Crosetto e colleghi dovranno accontentarsi di impugnare il cosiddetto machete nello spoils system dei dirigenti apicali della pubblica amministrazione. Ne hanno legittima facoltà, al netto del linguaggio un filo truculento. Ma facendo attenzione perché l’altro machete, quello vero, continua ad essere impugnato dalla realtà.

Photo by Ministero Difesa on flickr – (CC BY-NC 2.0)

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