Rompete l’hamburger, non il termometro

In Argentina siamo alla vigilia del round collettivo annuale di negoziati salariali. Lo scorso anno, le richieste sono state tra il 25 ed il 35 per cento, e quest’anno i sindacati sono intenzionati a replicare. Bei numeri, direbbero alcuni analfabeti italiani affetti da illusione monetaria.

Come ormai noto a (quasi) tutti, l’Argentina ha un problema di “quantificazione” della propria inflazione. Nel senso che, mentre stime indipendenti collocano il costo medio della vita al 25 per cento annuo, il governo insiste per un dato di poco superiore al 10 per cento, e si è di recente preso un cartellino giallo dal Fondo Monetario Internazionale. Naturalmente, riguardo le rivendicazioni salariali, voi siete liberi di pensarla come meglio vi aggrada: ad esempio, che l’entità delle richieste derivi dal desiderio di mantenere invariata la propria retribuzione reale, cosa che confermerebbe che quello di Cristina Kirchner è un governo di falsari. Oppure che i sindacati argentini sono avidi perché troppo potenti; o anche (variazione sul tema precedente) che in Argentina è in atto un eclatante revival del noto precetto italiano degli anni Settanta sul salario come “variabile indipendente” (dalla realtà).

Di certo, il fatto che il governo stia cercando di ottenere dai sindacati aumenti contrattuali non superiori al 20 per cento qualcosa dovrebbe suggerirvi. Anche perché, se generi inflazione domestica e ti ostini a tenere il cambio fermo o quasi, tutto quello che ottieni è un fiorente mercato valutario, rigorosamente nero come la pece, ed altre amenità riconducibili alla soppressione delle libertà civili. Ma gli argentini, si sa, hanno un’anima latina. Quindi sono molto ricchi di fantasia e di energie mentali che ritengono di dover sprecare per raggirare il sistema, qualunque sistema. Una cosa che mancava alla nostra collezione di follie economiche è l’hamburger usato come termometro. E lo abbiamo scoperto da questo post di Matt Yglesias di qualche mese addietro.

Come noto, il settimanale Economist calcola il potere d’acquisto in giro per il mondo basandosi sul prezzo locale del Big Mac di McDonald’s. In pratica, si tratta di una applicazione del principio della parità del potere d’acquisto basato su un paniere monoprodotto (il Big Mac, appunto), di un prodotto che da sempre è il simbolo della globalizzazione (o dell’imperialismo culturale, a seconda dei punti di vista). Il Big Mac Index serve a capire, tra il serio ed il faceto, se il cambio di una valuta si discosta dalla parità teorica. In Argentina, a causa delle restrizioni valutarie per contrastare la fuga di capitali, si è formato un “cambio duale” del peso, cioè esiste un cambio “ufficiale” ed uno “reale”, cioè di mercato nero, e la divaricazione tra i due è in continuo aumento.

Ed ecco quindi, che per confermare che il cambio ufficiale è realistico e non sopravvalutato, il Big Mac diventa miracolosamente a buon mercato. Naturalmente, il fatto che ai McDonald’s argentini sia stata applicata una robusta moral suasion ufficiale per “contenere” il prezzo del Big Mac rispetto a quello di altri tipi di panini è parte delle leggende nere messe in giro dal Sistema Imperialista delle Multinazionali. Ma contro la Grande Sorella Cristina non c’è proprio storia.

ArgieBigMac

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