Il risveglio dalla sbornia di liquidità

Mentre mancano ormai pochi giorni al suono della sveglia che porrà fine ai sogni malati della politica italiana, fatti di crediti d’imposta, restituzione di Imu, eliminazione Irap, lotta alla forfora ed all’alitosi, oggi è stato pubblicato l’ennesimo dato negativo riguardante la condizione dell’economia dell’Eurozona. L’indice dei direttori acquisti di imprese manifatturiere e di servizi, infatti, mostra un ulteriore deterioramento anche nel mese di febbraio, oltre a confermare la severa sofferenza della Francia.

Impulsi di crescita, in Eurozona, vengono ormai quasi esclusivamente dalla domanda estera. La Germania si mantiene in espansione, sia a livello manifatturiero che dei servizi, grazie soprattutto alla ripresa cinese ed alla stabile fonte di domanda rappresentata dagli Stati Uniti. La Francia, per contro, mostra una impressionante caduta nei livelli di attività, soprattutto nei servizi. Il presidente François Hollande si dibatte tra proclami solenni e le grida di dolore di settori produttivi che stanno letteralmente colando a picco. Come quello delle costruzioni, che ha ufficialmente chiesto all’Eliseo di costringere le assicurazioni a dirottare parte dei quasi 1.400 miliardi di euro in polizze vita domestiche verso il settore dell’edilizia di fascia intermedia.

Domani la Commissione europea presenterà le proprie previsioni aggiornate su crescita e finanza pubblica. La certezza è quella di sforamenti, anche ampi, nei target di consolidamento fiscale, a causa di previsioni di crescita rivelatesi ridicolmente inattendibili. Si pone quindi un problema di credibilità di politica economica. Se in effetti è razionale (oltre che necessario) attendersi un allentamento della stretta fiscale, è altrettanto vero che ciò pone dei problemi di credibilità per l’intera Eurozona. Per questo si ipotizza che il rinvio del consolidamento fiscale possa avvenire solo dietro assunzione di impegni dettagliati e predeterminati alla correzione nel 2014 con un vera e propria tabella di marcia, magari spinta al punto da rasentare improbabili automatismi. Al mercato potrebbe bastare, almeno per ora, ma il danno resta: quando ci si impegna a tagli di questa entità, al punto da affondare un intero continente, e poi si stacca il piede dall’acceleratore perché ci si è accorti che sta accadendo l’apocalisse, qualche sospetto di insipienza potenzialmente letale dei policymaker tende a cogliere chi sui mercati opera.

In altri termini: bene Mario Draghi e la Bce, che ci hanno permesso di comprare tempo, ma ora stiamo lentamente tornando al punto di partenza: troppo ampia è la discrepanza tra entusiasmo dei mercati finanziari (ubriacati di liquidità) ed una realtà fatta di dati macro in costante deterioramento. Proseguendo su questa tendenza, arriverà fatalmente il giorno in cui i mercati si volgeranno a Berlino, chiedendo lumi e direzione di marcia. Ma da Berlino, se saremo fortunati, arriveranno solo balbettii e temporeggiamenti, in attesa delle fatidiche elezioni di settembre. Ma ripetiamolo: solo se saremo fortunati. In caso contrario, e vista la pressione dell’opinione pubblica tedesca sotto elezioni, qualcuno potrebbe riprendere in mano l’austero copione, e lasciarsi sfuggire di bocca inviti ad abbandonare l’Eurozona.

In quel caso i mercati, prima di tornare a votare coi piedi, andrebbero a bussare all’Eurotower a Francoforte, chiedendo lumi all’uomo che ha sinora evitato il peggio. In caso Draghi non sapesse che pesci prendere, o avesse le mani legate dietro la schiena dai veti elettorali tedeschi, torneremmo nel gorgo infernale. Ma non precipitiamo, per il momento basti segnalare e segnalarvi che lo spread tra mercati e realtà è pericolosamente largo.

Nel frattempo, può essere utile osservare quanto ha sinora fatto la Bce per il nostro paese. L’istituto di emissione, infatti, ha in pancia titoli di stato italiani per circa cento miliardi di euro, acquistati nell’ambito del defunto Securities Markets Program (SMP), cioè comprati sul mercato secondario di titoli di stato per calmierare la tendenza all’allargamento degli spread. Ironicamente, questo programma (che si è sviluppato durante la fase terminale del governo Berlusconi) non era servito ad impedire il drammatico allargamento degli spread perché la Bce non poteva agire con forza, visto che all’epoca non passava giorno senza che qualche tedesco levasse il ditino contro il programma di acquisti e contro l’ipotesi di mantenere unita l’unione monetaria, whatever it takes. C’era un problema di volontà politica (tedesca), in estrema sintesi. E quindi gli spread si erano comunque involati.

Solo in un secondo momento, quando ai tedeschi entrò finalmente nel cranio che far uscire la Grecia sarebbe equivalso ad un suicidio di massa (qui una verosimile ricostruzione degli eventi, en français), a Draghi sono state sciolte le mani da dietro la schiena ed è arrivato il famoso “whatever it takes“, gli spread sono precipitati “a gratis”, cioè senza sparare un colpo, ed abbiamo iniziato a respirare, come confermano del resto le inenarrabili idiozie che ascoltiamo quotidianamente nella campagna elettorale italiana, in cui soggetti inconsapevoli di star giocando col bottone dell’autodistruzione promettono crediti d’imposta per finanziare l’acquisto di burro, cannoni e cannoli. Ma, ancora una volta, la verità è là fuori.

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.

Per donare, clicca qui!