Maieutica cipriota

Mentre il tempo scorre inesorabilmente, avvicinando Cipro all’ora della verità, pensiamo possa essere utile una piccola collezione di domande e risposte, per tentare di uscire dalla fase dello sdegno e degli slogan, e comprendere quale scenario ci attende.

Intanto, partiamo dalle banalità.

Perché siamo arrivati a questo punto?
Perché il sistema creditizio cipriota è insolvente. Le banche hanno investito pesantemente in titoli di stato greci e prestiti a società greche, perdendo molto denaro. Questo buco negli attivi deve essere ora riempito: con aiuti della Troika ma anche con sacrifici per Cipro.

Ma perché proprio ora? Cosa c’è dietro?
Ora? In che senso, “ora”? E’ da oltre un anno che il bubbone cipriota monta, e peraltro il presidente Anastasiades, appena eletto, il mese scorso, conveniva sull’esigenza di ricapitalizzare il sistema bancario cipriota. Bontà sua, viste le condizioni drammatiche degli istituti dell’isola. Ma forse il presidente si attendeva che i soldi venissero paracadutati da aerei della Troika.

Ma perché proprio i depositi?
Perché, a quanto risulta, non c’erano altri attivi bancari aggredibili in misura tale da produrre l’importo richiesto dalla Troika. Obbligazioni bancarie senior in quantità trascurabile, lo stesso dicasi per quelle subordinate, che pure erano destinate ad essere colpite dalla operazione di svalutazione dei crediti. Andando per esclusione, non restavano che i depositi.

Ma perché colpire i piccoli depositanti?
Mistero. Ma non troppo: il governo cipriota ha tentato di preservare il proprio ruolo di centro finanziario offshore incastonato nell’Eurozona, a tutto beneficio degli investitori russi. Il governo di Cipro ha ritenuto che limitare il “prelievo” sui grandi depositi al 9,9 per cento sarebbe servito per non distruggere quel “modello” di business. Ma così facendo ha finito con lo scaricare sui depositi “piccoli” ed in astratto protetti da assicurazione pubblica l’onere dell’aggiustamento. Accortisi del furore popolare, hanno fatto marcia indietro ma sono finiti spalle al muro di fronte alla minacciosa contrarietà russa a qualsivoglia prelievo. Un mondo difficile.

Ma perché la Troika non ha impedito da subito al governo cipriota di colpire i depositi coperti da assicurazione?
Questo non è ancora chiaro. Forse si saranno assopiti, visto che era notte fonda, o forse hanno preso atto che il presidente cipriota scalciava come un ossesso e, non disponendo la Troika di un corpo militare, anche pensare di invadere Cipro per imporre le condizioni di salvataggio non era praticabile (questa è ironica, mi raccomando).

Ma Cipro è piccolissima! Perché non dar loro tutti i 17 miliardi di euro necessari?
Perché in quel caso, a parte le considerazioni di azzardo morale e “pasto gratis” offerto all’isola ed ai suoi creditori privati internazionali, il rapporto debito-Pil cipriota balzerebbe dall’attuale 90 per cento al 150 per cento circa. Con un simile rapporto debito-Pil, la probabilità di dover successivamente condonare  in tutto o in parte quei crediti è quasi certezza. E non è tutto: in quel caso le perdite finirebbero in prima battuta sul fondo salvastati ESM, ma immediatamente dopo scatterebbe la garanzia solidale dei diciassette paesi dell’Eurozona, che dovrebbero mettere mano al portafoglio. Su diciassette miliardi, per dire, l’Italia dovrebbe metterne 3,5. Una Imu prima casa, visto che molti di voi amano far di conto in base a questa nuova unità di misura.

Ed il famoso piano B?
Non è chiaro cosa fosse “il famoso piano B”, ma quello che è certo è che è rapidamente defunto sul rifiuto della Troika di accettarlo. Ed in effetti, da quanto si è saputo, non è che fosse proprio un capolavoro di ingegneria finanziaria, prevedendo la creazione di un fondo sovrano alimentato dall’oro della banca centrale cipriota (che tuttavia, piccolo particolare, è indisponibile per accordi europei), oltre ad una non meglio specificata disponibilità della chiesa ortodossa cipriota a mettere a disposizione propri beni, anche attraverso costituzione di ipoteche, e dalla nazionalizzazione dei fondi pensione privati. Ah, e non dimentichiamo i diritti di sfruttamento su giacimenti di gas naturale situati al largo della costa cipriota, la cui consistenza è ad oggi del tutto indeterminata, che sono già oggetto di un pre-contenzioso con la Turchia e che dovrebbero entrare in produzione non prima del 2019. Il tempo vola, quando ci si diverte.

Ma Cipro non contava sull’aiuto della Russia?
Si, ma pare che la Russia non intenda fare nulla. Ci si chiede perché. Forse Gazprom non intende sviluppare dei campi offshore di gas che finirebbero con l’aumentare l’offerta e deprimere i prezzi, o forse quei campi non esistono, almeno nella consistenza favoleggiata. Oppure non è chiaro perché la Russia dovrebbe comprarsi de iure qualcosa che possiede già de facto. Di certo, attendiamo con trepidazione che il governo russo attui la minaccia vagheggiata dal premier Medvedev: rivedere la composizione delle riserve valutarie della banca centrale russa. Cioè, in soldoni, vendere euro. Che, se accadesse, potrebbe regalarci la tanto agognata svalutazione competitiva della moneta unica. L’altra minaccia russa che sta togliendo il sonno al mondo è quella di rivedere i trattati fiscali con Cipro contro la doppia imposizione, probabilmente per impedire a Nicosia di essere quel poderoso investitore diretto estero in Russia e dintorni che è. Attendiamo che Mosca ci illumini sulle proprie effettive intenzioni.

E adesso? Che accadrà quando Cipro riaprirà le proprie banche, martedì?
Intanto, non è affatto certo che martedì le banche cipriote riaprano. Se accadrà, non potrà essere senza una soluzione tecnicamente fattibile. Ma il rischio che i ciprioti svuotino in massa le banche e cerchino di portare fuori dal paese i propri risparmi è altissimo. Serviranno quindi controlli sui capitali, ma il rischio è quello di esasperare la popolazione, e far precipitare la situazione.

Ma ora Cipro uscirà dall’euro?
Di questo passo, è ben più probabile che sia l’euro ad uscire da Cipro, nel senso di assalto agli sportelli e trasferimento all’estero dei risparmi dei ciprioti. Per quelli tra voi che non se ne fossero accorti, la demenziale via crucis cipriota è pressoché identica, come modalità operative, alla fuoriuscita dalla moneta unica. Blocco delle banche (ribattezzato bank holiday con provincialmente macabro senso dell’umorismo), istituzione di controlli sui capitali in uscita (qui una piccola galleria degli orrori per darvi l’idea di quello che vi attenderebbe, in caso) e sostituzione della valuta nazionale. Il tutto senza referendum grilleschi, perché diversamente gli antipatriottici sudditi cercherebbero con ogni mezzo di rifiutare la nuova valuta, non essendo disposti a perdere potere d’acquisto, interno ed esterno. Ma forse non ci saranno problemi, ed i ciprioti accetteranno di buon grado il ritorno della loro piccola sterlina indigena. Oppure ancora, visto che Cipro è un’Islanda con l’euro, finirà che i non residenti subiranno una feroce falcidie dei propri depositi presso istituzioni creditizie cipriote, e vissero tutti felici e contenti. Ma se le cose stanno in questi termini, perché non accettare da subito una ancor mite decurtazione del 15 per cento?

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