La scomoda verità sui depositi bancari in Eurozona

Su Voxeu, Anne Sibert analizza lo stato dell’arte dell’assicurazione sui depositi bancari dopo gli episodi eclatanti di Cipro e dell’Islanda, e giunge ad una conclusione scontata ma che sinora era stranamente rimasta fuori dai radar della politica e del dibattito pubblico, e che ora farebbe bene ad entrarvi un po’ ovunque, anche in paesi in cui si discetta sul sesso dei “saggi”, danzando attorno al cratere di un vulcano acceso.

Sibert, docente di economia a Birkbeck, University of London, che ha lavorato per il governo islandese nel dopo crisi ed è anche (detto incidentalmente) moglie di Willem Buiter, parte con l’analisi di quanto successo a Cipro, con la minaccia della Bce di tagliare la fornitura di liquidità d’emergenza alle banche commerciali. Questo evento avrebbe determinato il collasso del sistema creditizio cipriota e la rovinosa uscita di Cipro dalla moneta unica. Da qui, oltre che dalla incapienza di altre classi di attivi, la decisione del governo di Nicosia di imporre un taglio ai depositi. Nella formulazione iniziale, argomenta Sibert, la scelta di colpire anche i “piccoli” depositanti (quelli fino a 100.000 euro) era motivata con l’esigenza di ridurre l’impatto sui grandi depositi che, in quanto appartenenti soprattutto a non residenti, sono quelli con la maggiore volatilità, oltre che per colpire anche quanti, nei giorni precedenti il vertice dell’Eurogruppo, avevano provveduto a frantumare i depositi per restare sotto la soglia coperta da assicurazione.

Ma il caso cipriota solleva anche una questione più generale, richiamata da Sibert:

«C’è una protezione credibile per i piccoli depositanti bancari in Europa? E se la risposta è no, dovrebbe esserci?»

La risposta è che, in caso di crisi sistemiche, non c’è una reale protezione per i “piccoli” depositanti, o meglio per i depositanti assicurati. Le assicurazioni sui depositi, infatti, sono ancora di tipo nazionale. La direttiva europea del 2009 prevede che i singoli stati garantiscano un massimo di 100.000 euro per depositante e per banca. Tale assicurazione è finanziata da contribuzioni da parte delle banche, e funziona sin quando ad essere coinvolte nel dissesto sono un numero molto ridotto di banche nazionali di dimensioni piccole e medie (meglio se una sola, in realtà). Ma quando il dissesto è sistemico, questi schemi assicurativi diventano pura finzione.

A sostegno di tale tesi, che poi è banale dato di realtà, Sibert cita la sentenza della corte dell’EFTA (l’Area europea di libero scambio, composta dai paesi Ue e da Svizzera, Norvegia ed Islanda) che settimane addietro ha, tra le altre cose, accettato l’argomentazione islandese secondo cui la direttiva Ue sull’assicurazione dei depositi non è in alcun caso stata concepita per gestire crisi sistemiche (per la sentenza EFTA e la confutazione delle abituali idiozie cospirazionistiche italiche, vedi anche qui).

Quindi, per sintetizzare:

  1. L’assicurazione pubblica sui depositi nella forma attuale, cioè nazionale e finanziata da contributi delle banche, è inutilizzabile (è una finzione, più propriamente) in caso di crisi che coinvolga più banche o l’intero sistema creditizio di un paese. 
  2. In tali casi, non si può pensare a salvataggi pubblici nazionali di sistemi creditizi che sono diventati giganti rispetto al paese, perché il costo per le finanze pubbliche (cioè per i contribuenti) sarebbe esiziale;
  3. Dato il punto precedente, e data l’esigenza di effettuare dei bail-in, cioè di far pagare gli investitori-depositanti delle banche dissestate, il rischio è che, in caso di incapienza di bond bancari e di depositi non assicurati, si finisca col colpire i depositi assicurati;
  4. Se le cose andassero in questa direzione, non ci sarebbero alternative ad imporre controlli sui capitali, perché i depositanti dei paesi coinvolti si precipiterebbero a tentare di esportare i propri soldi. Lo stesso potrebbe accadere ai depositanti di paesi non ancora in dissesto finanziario conclamato, ma comunque in condizioni di fragilità;

Ecco, quindi, che serve una assicurazione europea sui depositi, secondo la tesi di Sibert ma soprattutto secondo buonsenso, perché un’assicurazione europea sui depositi servirebbe ad evitare fughe di capitali dai paesi con crisi bancaria sistemica. E qui arriviamo al cuore della questione: serve una unione bancaria europea. E fin qui nulla di inedito, visto che l’unione bancaria europea è prevista dagli esiti dell’ormai leggendario Consiglio europeo del 28-29 giugno 2012. Ma la strada dell’unione bancaria è lastricata di distinguo.

Intanto, e preliminarmente all’avvio di tale unione, serve stabilire in modo inequivocabile (ad esempio attraverso direttiva europea) quali sono le classi di investitori che pagheranno per il bail-in. Ed a questo pensa la direttiva europea su risoluzione e ristrutturazione delle banche, attualmente in laboriosa gestazione. Riguardo questa direttiva possiamo dire, con buon margine di approssimazione, che i tedeschi vorranno far pagare tutti, ma proprio tutti, gli investitori. Inclusi obbligazionisti senior, e questa circostanza farà salire il costo medio della raccolta bancaria, esercitando ulteriore effetto restrittivo sulla concessione di credito. Poi, sappiamo anche che sempre i tedeschi (ma non solo loro) non intendono pagare per dissesti bancari precedenti alla creazione del supervisore bancario unico europeo (le cosiddette legacy). Il che significa che i depositanti nazionali, in caso di incapienza di altri attivi, pagheranno. E se, per astratto e per assurdo (ma non troppo), non vi fossero più depositi eccedenti i 100.000 euro, sarebbe fatale invocare il “caso unico ed irripetibile” e colpirli tutti. Ma queste sono solo ipotesi di scuola, s’intende.

Che dire, quindi? Con scarsissima originalità, che il percorso verso l’unione bancaria europea sarà lungo, lento e tortuoso; che i tedeschi (e non solo loro) punteranno a coinvolgere e far pagare tutte le categorie di investitori, in modo da minimizzare l’eventuale utilizzo di denaro comunitario e tagliare il legame tra debito sovrano e debito bancario, evitando nel modo più assoluto una mutualizzazione del debito. E solo quando saranno stati soddisfatti questi prerequisiti si potrà parlare di assicurazione “federale” sui depositi. Sino ad allora, fate attenzione a dove mettete i soldi.

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