L’italianizzazione della Bce, incubo tedesco

Sul Sole, intervista di Alessandro Merli al capo economista di Commerzbank, Joerg Kraemer, su caso cipriota, situazione italiana e ruolo della Bce nella eterna crisi. Da tale intervista si evince che Kraemer ritiene che, alla fine, l’Eurozona resterà in piedi grazie ad un processo di “italianizzazione” della condotta della Bce, indotto dalla politica. Ma questo argomentare si regge su ipotesi la cui realizzazione è tutt’altro che scontata.

Riguardo Cipro, Kraemer punta il dito contro la decisione delle autorità locali di scaricare i costi del bail-in anche sui depositanti non assicurati. Questo si può considerare ormai come un dato acquisito, dato l’interesse del governo di Nicosia a preservare il ruolo di centro finanziario offshore dell’isola. Kraemer ricorda poi che il salvataggio verrà pagato anche dai cittadini degli altri paesi dell’Eurozona:

«Per esempio, i risparmiatori tedeschi e italiani subiranno i bassi tassi d’interesse Bce e l’aumento, alla lunga, dell’inflazione»

Da questa dichiarazione non è immediatamente chiaro perché l’inflazione dovrebbe rialzarsi, visto che in Eurozona restiamo con condizioni di output gap, cioè di buco di attività rispetto al potenziale, e tale buco è non solo significativo per paesi come il nostro, ma alla fine anche per gli stessi tedeschi, che vedono compromesso più di metà del proprio export, quello intracomunitario. Vedremo nel seguito dell’intervista cosa Kraemer intenda realmente.

Riguardo alla proposta che tanto ipocrita sdegno ha suscitato nel nostro paese, quella di imporre una patrimoniale sugli attivi finanziari degli italiani, Kraemer non si scompone e dettaglia:

«Questo avrebbe consentito al debito di scendere subito sotto il livello cruciale del 100%, mandando un segnale molto forte agli investitori, all’epoca molto nervosi. Inoltre, una partimoniale una tantum, con esenzione per i livelli più bassi, non dovrebbe abbassare di molto reddito disponibile, consumi privati e crescita. E’ un vantaggio rispetto a un aumento di imposte sui redditi o Iva»

Questa è una considerazione in astratto condivisibile, anche se non è chiaro perché la soglia del 100 per cento di rapporto debito-Pil debba considerarsi una sorta di “soglia psicologica” tale da innescare la ripresa o quanto meno il miglioramento del sentiment degli agenti economici. A maggior ragione quando ci si trova in una economia minata da un credit crunch. La verità è una sola: se un paese cresce ad un tasso superiore a quello medio del costo del debito, il rapporto debito-Pil si riduce in modo spontaneo e virtuoso, senza ricorrere a strategie fiscali patrimonialistiche.

E veniamo alla considerazione di Kraemer sull’evoluzione (o involuzione) “all’italiana” della politica della Bce. Essa si baserebbe su due “pilastri”, veri o presunti:

«Oltre al programma Omt, la sua [della Bce, ndPh.] politica molto espansiva abbassa la pressione competitiva sui Paesi in crisi attraverso due canali. Primo, i tassi sono troppo bassi per la Germania e quindi spingeranno crescita e costo del lavoro nei Paesi del cuore dell’Uem, il che allenta le pressioni sui Paesi della periferia. Secondo, ci sono tutti gli elementi per una svalutazione dell’euro, che ridurrà le pressioni anche da fuori l’Uem. Al momento, l’euro è ancora forte, ma la Bce si è avvicinata troppo ai politici e potrebbe non essere in posizione di metter fine alla sua politica ultra-espansiva, come farà la Fed appena l’economia Usa si riprenderà, probabilmente nel secondo semestre. La politica Bce genererà inflazione nel lungo periodo e nel breve ridurrà la pressione alle riforme. L’eurozona finirà per somigliare all’Italia anni 70 e 80»

Riguardo i “tassi troppo bassi” nel cuore del’Uem (cioè in Germania), al momento non vi è alcun segno di pressioni inflazionistiche locali. Ad intervalli regolari qualcuno ritiene di intravvedere tali pressioni, ma si tratta dell’equivalente monetario della Fortezza Bastiani di Buzzati. Quanto al secondo presunto canale di allentamento delle pressioni sulla periferia, Kraemer ipotizza che la Bce, per scelta politica, non rialzerebbe tempestivamente i tassi d’interesse al manifestarsi della ripresa. Ciò finirebbe col generare inflazione (ed anche aspettative d’inflazione) che a loro volta indebolirebbero il cambio dell’euro, riducendo l’onere reale degli stock di debito (pubblico e privato) e, riducendo i tassi d’interesse reali, stimolando la ripresa.

Sarebbe anche una strategia verosimile e probabile, se da qualche parte vi fosse una ripresa. Gli indicatori prospettici di attività dell’Eurozona restano in ininterrotto deterioramento. E anche in ipotesi di loro stabilizzazione ed inversione di tendenza, il buco di attività di molti paesi dell’Eurozona è talmente ampio che sarebbe difficile scorgere immediate pressioni inflazionistiche. La stessa Germania, che quest’anno potrebbe crescere di uno striminzito mezzo punto percentuale (ma anche no), non giungerebbe così in fretta ad un boom creditizio da denaro facile, né dal versante di consumi né da quello dell’investimento.

In sintesi, lo scenario di Kraemer è fintamente rassicurante ma costruito su ipotesi ad oggi del tutto fantasiose. Soprattutto, a noi pare che l’intero giudizio del capo economista di Commerzbank sia improntato all’abituale terrore tedesco nei confronti dell’inflazione, oltre che miscelato con un giudizio di profonda diffidenza “culturale” nei confronti del nostro paese. Dire che “l’Eurozona finirà con l’assomigliare all’Italia degli anni 70 e 80”, cioè in soldoni ad avere inflazione a doppia cifra, fors’anche più vicina al venti che al dieci per cento, è esercizio di pura fantapolitica. Almeno ad oggi. A meno che Kraemer non stia in realtà cercando di impedire esiti reflazionistici, nel momento in cui li evoca. Ma proviamo a segnarci questo vaticinio: dovesse mai avverarsi, Kraemer passerebbe alla storia come oracolo dell’Eurozona.

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