I mutui italiani fuori dall’euro

Si, lo sappiamo, il titolo è vagamente demenziale, visto che l’uscita dall’euro implicherebbe altre e ben più rilevanti criticità, pur ammettendo che l’abitazione ha un ruolo centrale nell’esistenza delle persone. Ma avendo sentito questa deliziosa ed un po’ dadaista domanda ieri sera, durante una fantasmagorica puntata di In onda, dedicata (ça va sans dire) al dibattito sulla permanenza del nostro paese nell’euro (che non è un vero dibattito ma soprattutto un genere letterario), abbiamo deciso di cimentarci col tema, e provare a nostra volta a divinare, dal lato di un istituto di credito.

Prendiamo una banca italiana di fantasia che, poiché siamo sprovvisti di fantasia, chiameremo Banca Italiana di Fantasia (per gli amici BIF). E’ una banca importante, fortemente internazionalizzata, opera sui mercati finanziari da sempre, anche per la propria provvista. Lo stato patrimoniale di questa banca indica che i prestiti (tutti, non solo i mutui alle famiglie) sono pari al 60 per cento circa degli attivi, mentre i titoli di stato (quasi tutti italiani) sono circa il 40 per cento degli investimenti di tale banca. Al passivo, queste voci sono fronteggiate da depositi della clientela pari al 45 per cento del totale dell’attivo. La banca ha poi, tra le passività, proprie obbligazioni pari al 40 per cento degli attivi e mezzi propri (calcolati senza ponderazioni per il rischio) pari al 5 per cento.

I più perspicaci tra voi avranno notato che il totale delle passività non fa cento. Il dieci per cento che manca è costituito da prestiti della Banca centrale europea alla BIF. Perché la nostra BIF, per quanto apparentemente solida, è pur sempre una banca italiana, ed ha avuto bisogno di rivolgersi all’istituto di Francoforte per riuscire a chiudere il gap tra prestiti e depositi, che è pari al 130 per cento. Un valore molto squilibrato, soprattutto il valore con cui non farsi trovare nel mezzo di una epocale crisi finanziaria, il motivo per il quale la banca ha da tempo tirato il freno ai prestiti, e sta pure cercando di convincere i propri debitori a “rientrare”, cioè a rimborsare in tutto o in parte i prestiti ottenuti.

Facciamo ora un balzo ad un futuro molto prossimo. L’Italia, dopo una striscia epocale di elezioni anticipate, è governata da un monocolore del Movimento 5 Stelle, che gode di una maggioranza parlamentare del 90 per cento. Il Comitato Supremo del M5S decide di dare seguito al punto qualificante del proprio programma, e lancia un referendum per decidere l’uscita dalla moneta unica europea. Già da alcuni mesi, al sentore di questa iniziativa epocale, la BIF sta subendo pesanti deflussi di fondi, per mano di depositanti spaventati che non intendono obbedire agli ordini e perdere gran parte del potere d’acquisto esterno dei propri risparmi. La BIF è quindi costretta a ricorrere a prestiti di emergenza della Bce, erogati da Banca d’Italia come Emergency Liquidity Assistance (ELA). Un po’ come accaduto a Cipro nell’ultimo anno, in pratica.

Il referendum ha un successo plebiscitario, i si all’uscita vincono a mani basse, anche dopo una martellante campagna di “sensibilizzazione” che ha promesso che l’uscita dalla moneta unica avrebbe espunto i peccati dal mondo. La Bce, saputo l’esito del referendum, taglia immediatamente le linee di credito alla BIF ma questo non è un problema, perché i finanziamenti ELA sono concessi dalla banca centrale nazionale dietro autorizzazione della Bce, su base temporanea ed eccezionale, quando le banche debitrici non possiedono beni stanziabili in garanzia, cioè che la Bce non accetta. “Me ne frego!”, proclama a reti unificate il portavoce del portavoce del Comitato Supremo del M5S. “La Banca d’Italia stamperà tutte le lire necessarie per far fronte alla bisogna, non fatevi intimidire da questa operazione plutogiudaicomassonica!”

Ed in effetti la Banca d’Italia procede alacremente a stampare nuove lire. Ma per la nostra BIF i guai non sono finiti: la banca ha infatti in essere obbligazioni emesse fuori dal mercato domestico, cioè eurobond, per lo più sotto giurisdizione lussemburghese. A differenza di quelle domestiche, queste obbligazioni non possono essere ridenominate senza incorrere in un default. I vertici della BIF si riuniscono col proprio team di legali, che poi sono gli unici destinati a guadagnare da un evento del genere, per decidere che fare. Bisogna scegliere: ripudiare il debito della banca espresso in euro o continuare a servirlo, subendo il maggiore aggravio legato al cambio.

La discussione, in consiglio di amministrazione, si fa subito molto vivace: i falchi vogliono ripudiare il debito in euro, senza se e senza ma. Le colombe obiettano che, così facendo, la banca sarebbe tagliata fuori da ogni rapporto con altre istituzioni finanziarie mondiali, in una sorta di quarantena di lungo termine che potrebbe risultarle fatale, visto che la fuoriuscita dall’euro non è mai stata vista né concepita come un viaggio senza ritorno verso autarchia e monetizzazione a oltranza da parte della banca centrale nazionale. “Diverremmo i paria dei mercati finanziari, non possiamo permettercelo, il paese non può permetterselo!”, è la frase che ricorre nella sala riccamente istoriata da dipinti d’autore acquisiti in aste fallimentari nei confronti di debitori della banca.

“Certo, ma se dobbiamo onorare quel debito, che ora diventa espresso in una valuta per noi straniera, avremo un forte aggravio di oneri. In un modo o nell’altro dobbiamo recuperarli. Ed i nostri crediti domestici sono espressi in lire, a questo punto. Non c’è via di uscita”, dice un consigliere. Sul volto dell’amministratore delegato spunta un sorriso mefistofelico. “La via d’uscita esiste. Qualche settimana fa, per proteggerci dall’event risk di fuoriuscita dall’euro, abbiamo inviato ai debitori una comunicazione di cessione del credito alla nostra controllata tedesca. I mutui ed i fidi alle imprese sono ora denominati irreversibilmente in euro”. Brusio di stupefatta ammirazione in sala per l’enorme coniglio uscito dal cilindro dell’a.d. Purtroppo questa si rivelerà una vittoria di Pirro perché i debitori, entro poche settimane, cominceranno a “saltare” uno dopo l’altro, per manifesta incapacità a servire il debito espresso in valuta estera fortemente rivalutata rispetto alla Nuova Lira. Sfortunatamente, nell’operazione vengono travolti anche i nostri esportatori, sui quali puntavamo per il piano di Rinascita Nazionale, che non riescono a beneficiare della svalutazione della Nuova Lira perché nel frattempo hanno perso le linee di credito.

I vertici del Comitato Supremo decidono quindi di correre ai ripari: alla Banca d’Italia viene ordinato di stampare moneta senza sosta per far fronte al servizio del debito, pubblico e privato. A questo punto, le aspettative inflazionistiche vanno fuori controllo e la popolazione smette di accettare le nuove lire, preferendo ripiegare su dollari ed euro. E’ solo a questo momento che veniamo risvegliati dal volume del televisore, dove alcuni politici ospiti di Ballarò stanno scannandosi sul tema: “Asili nido e rimborso Tares: è possibile salvare l’Italia?”

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P.S. Un paio di risposte alle critiche ricevute su alcuni aspetti del post. Si obietta, ad esempio, che non sarebbe possibile cedere un credito modificandolo, perché il credito ceduto resta sempre lo stesso. In astratto è vero: ma che accadrebbe se il credito venisse ceduto ad una controllata della banca operante in altra giurisdizione mentre Italia e (poniamo) Germania sono ancora entrambe nell’euro? Che la cessione si perfezionerebbe senza possibilità per il debitore di eccepire eccezioni, perché il regime valutario sarebbe (ancora) identico nei due paesi, ed il debito resterebbe denominato nella stessa moneta in cui è stato originariamente contratto. Quello che accadrebbe “dopo”, cioè al momento dell’uscita dell’Italia dall’euro, non lo sa nessuno. O meglio, l’unica certezza è che ci sarebbe gran lavoro per legali specializzati in litigation internazionali e loro consulenti, e queste sarebbero le uniche categorie a guadagnarci. Un po’ come per l’azzeramento dei bond subordinati della banca olandese SNS, in pratica.

Altra critica al post è quella circa la compensazione di attivi e passivi bancari denominati in euro. Si sostiene, in pratica, che le banche avrebbero, oltre a propri bond denominati in euro, anche bond di altri emittenti, e questo ridurrebbe l’impatto negativo sullo stato patrimoniale della fluttuazione dei cambi al momento dell’uscita. Obiezione sensata, ma è verosimile che solo le banche italiane di maggiori dimensioni possano avere robuste posizioni in attivi di emittenti non nazionali, e appare difficile pensare che tali posizioni prevalgano su quelle a debito. A meno che le banche, subodorando l’uscita dall’euro, non corrano a sbarazzarsi di nostri titoli di stato ed inzepparsi di Bund, facendo precipitare la situazione, con buona pace dei teorici del referendum, ma anche di quelli dell’effetto-sorpresa, a ben vedere. Senza contare che, da parte tedesca, qualcuno tempo addietro ha già fatto sapere che i Bund comprati da non residenti potrebbero non essere rimborsati nella valuta di emissione. Anche qui, terra incognita e avvocati che si leccano i baffi.

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