Banche, lunga convalescenza ad alto rischio di ricadute

Dal rapporto mensile della Associazione Bancaria Italiana (ABI), pubblicato oggi, si evincono alcuni elementi di trasformazione delle dinamiche economiche dei nostri istituti di credito, ma si ha anche conferma di quanto sarà lento il processo di riparazione dei bilanci.

Il dato più rilevante è quello riferito all’evoluzione del rapporto tra prestiti e raccolta, ed alla composizione di quest’ultima. Escludendo la raccolta da interbancario, che è quella più volatile in quanto si inaridisce in tempi di crisi, ad aprile di quest’anno il sistema bancario italiano aveva in essere prestiti per 1.907 miliardi di euro, con un calo del 2,12 per cento sullo stesso periodo dell’anno precedente. Per contro, la raccolta complessiva risultava pari a 1.760 miliardi, in aumento tendenziale del 2 per cento. All’interno della raccolta, quella effettuata a mezzo di depositi è in crescita del 7,7 per cento tendenziale, mentre quella effettuata a mezzo di obbligazioni è in calo di quasi il 9 per cento.

Possiamo spiegare quest’ultimo dato con l’azione delle banche, che spingono la clientela a passare da bond bancari (alla scadenza degli stessi) ai depositi. Considerato che le obbligazioni bancarie non stanno vivendo un periodo di buona immagine, essendo ormai tutte a rischio di haircut in ipotesi di salvataggio bancario, questa trasformazione delle modalità di raccolta ha senso. Salvo, naturalmente, arrivare alle estreme conseguenze di una raccolta effettuata solo con depositi. In quel caso, il sistema diverrebbe sinistramente simile a quello cipriota, dove si sono colpiti i depositi per manifesta mancanza di bond bancari da aggredire. Ma non precorriamo le tappe.

Altro dato su cui tenere gli occhi, per capire quando finirà la carestia, è il rapporto prestiti-raccolta. Sempre al netto della componente interbancaria, tale quoziente è passato dal 113 per cento di aprile 2012 al 108 per cento di aprile di quest’anno. A piccoli passi, ci si avvicina all’equilibrio tra prestiti e depositi, almeno sul piano degli stock.

Ma le banche hanno anche due altri problemi, strettamente interrelati: l’insufficiente redditività e crescenti sofferenze. Riguardo la prima, ABI osserva che

«Lo spread fra il tasso medio sui prestiti e quello medio sulla raccolta a famiglie e società non finanziarie permane su livelli particolarmente bassi, ad aprile 2013 è risultato pari a 178 punti base, prima dell’inizio della crisi finanziaria tale spread superava i 300 punti. Tale valore risulta 5 punti base superiore a quanto registrato a marzo 2013 e 18 punti base al di sotto del valore di aprile 2012»

In altri termini, il margine d’interesse (che concorre in misura determinante alla redditività complessiva delle banche) resta molto compresso, ed addirittura in lieve ulteriore flessione rispetto ad aprile 2012. L’altra voce che erode i margini delle banche, e spesso le costringe a dover ricapitalizzare, è data dalle sofferenze. Quelle nette, a marzo di quest’anno, erano pari al 3,38 per cento degli impieghi ed al 16,58 per cento di capitale e riserve, contro rispettivamente il 2,52 ed il 12,25 per cento di marzo 2012. Con un margine d’interesse mediamente così esiguo, ogni aumento degli accantonamenti a perdite su crediti erode in modo significativo la redditività delle banche e spesso le manda in rosso, mangiandosi il capitale. Come detto più volte, sin quando l’economia italiana non sarà stata almeno stabilizzata, cioè avrà smesso di contrarsi, sarà difficile pensare ad un arresto di questa tendenza, ed allo stesso modo sarà ancor più difficile immaginare che il mondo sia pieno di investitori ansiosi di partecipare a ricapitalizzazioni degli istituti di credito.

Però voi potete sempre ascoltare i ragli dei nostri vispi politici, accusare le banche che “non prestano” e costruirci pure sopra una bella piattaforma elettorale. Da cui lanciarsi nel vuoto.

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