La bara di sistema

Ieri l’amministratore delegato del Gruppo FS, Mauro Moretti, ha commentato i ricorrenti boatos che vorrebbero l’operatore ferroviario dominante assumersi l’onere del salvataggio di Alitalia: “Un’operazione molto, molto complicata ma non si può escludere nulla”. D’acchito, e da perfetti malpensanti, viene da inferire che nulla si possa escludere in funzione della moral suasion che il potere politico eserciterà su Moretti medesimo. Il quale, però, essendo da sempre solidamente inserito nel sistema di potere del paese, probabilmente non farà resistenza, anche considerando alcuni benefici collaterali che potrebbero derivargli, in termini di potere personale e della mai trascurabile possibilità che il suo nome entri nel pantheon dei “salvatori” del sistema-paese. Un sistema che ormai olezza di cadavere lontano un miglio.

Dopo che l’Antitrust si è risvegliata dal sonno triennale a cui era stata costretta dal governo Berlusconi, che aveva assegnato il monopolio degli slot sul Roma-Milano ad Alitalia, ora su quella tratta operano di fatto quattro concorrenti: Alitalia, EasyJet, Trenitalia e NTV. Probabile che il grasso coli sempre meno, e che si rischino guerre sui prezzi. Il verbo “rischiare”, a ben vedere, ha poco senso: in un contesto di mercato vero e sano, l’eccesso di offerta viene ridimensionato attraverso l’espulsione dal mercato degli operatori più deboli. In Italia, come noto, le cose non funzionano così, anche se quotidianamente sentiamo e leggiamo reprimende sull'”eccesso di liberismo” che ci avrebbe dannati.

E così ora pare che Moretti stesso abbia indossato i panni dello statista preoccupato per questi eccessi:

«Non vorrei che a fronte di una forte liberalizzazione qualche operatore abbia difficoltà di competere perché rischiamo di avere tanta liberalizzazione e poche imprese disposte a dare il servizio»

Troppa liberalizzazione, non sia mai. E quindi, che fare? Occorre salvare i “capitani coraggiosi” di Alitalia che sono rimasti incastrati nel business della rendita monopolistica e non hanno riconvertito l’azienda al medio e (soprattutto) lungo raggio, perché non c’erano soldi per investire? E Moretti, come potrebbe essere utile? Forse invocando un calmiere alla pressione ribassista sui prezzi che non troverebbe sufficiente sviluppo nella domanda di mercato? Non è dato sapere.

Mentre attendiamo, gli sceneggiatori politici e finanziari già proiettano Moretti impegnato a scrivere il piano industriale della post-Alitalia, con (ci dicono) fuoriuscita dal Roma-Milano e dalle rotte locali (che sarebbero affidate a vettori low cost, pare controllati da Alitalia stessa) e focalizzazione sul medio raggio europeo e sul lungo raggio intercontinentale. Suggestivo, se fosse vero. Una sola domanda: che ci azzecca FS con il piano industriale Alitalia? E soprattutto, se questo piano esistesse, dove troverebbe Moretti i soldi per gli investimenti di rilancio, considerando che il gruppo FS lamenta seri e crescenti problemi di incasso dei crediti verso le pubbliche amministrazioni?

Il timore è che, alla fine, la politica si inventi un modo creativo per congelare lo status quo, e tenere in vita Alitalia ed i suoi capitani coraggiosi, inserendo un bel cuneo fiscale nelle tariffe dell’alta velocità. E vissero tutti felici e contenti, in attesa della fine. Ma soprattutto, oggi che ancora qualche gonzo dibatte sulla levata d’ingegno contro i vincoli di bilancio Ue da parte dell’uomo che quei vincoli ha sottoscritto ed accettato, è utile ricordare che le azioni hanno conseguenze. E che siamo arrivati a questo punto, con Alitalia, sempre per mano dello stesso alchimista-statista-pifferaio. Perché ognuno ha le pezze al cul0 la grandeur che si merita, no?

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