Macromonitor – 7/7/2013

Azionario, materie prime e dollaro in rialzo in settimana, reddito fisso in ripiegamento, spread in lieve restringimento. Più che un singolo fattore sistemico, una molteplicità di eventi idiosincratici e locali spiegano questi andamenti.

I dati macroeconomici statunitensi migliori ed i continui ammonimenti della Fed hanno indotto il mercato a ritenere che il momento più probabile di avvio della riduzione di acquisti da parte della banca centrale guidata da Ben Bernanke sarà a partire da settembre e si concluderà a metà del 2014, quando il tasso di disoccupazione, secondo le previsioni della Fed, dovrebbe toccare il livello del 7 per cento. Il primo rialzo dei tassi ufficiali potrebbe accadere nella seconda metà del 2015, secondo alcune banche d’investimento, il che sarebbe circa un anno dopo rispetto a quanto il mercato monetario sta attualmente prezzando. Anche per questo motivo, le curve dei rendimenti dei paesi sviluppati appaiono al momento relativamente protettive rispetto a nuovi ribassi, considerando anche che la crescita degli Stati Uniti al momento resta piuttosto anemica, e dovrà verificarsi una robusta accelerazione nel secondo semestre di quest’anno per realizzare le previsioni della Fed.

In Europa, la Bce e la Bank of England hanno inviato in settimana messaggi molto concilianti, mentre i dati macroeconomici continuano ad inviare segnali di ripresa, soprattutto per il Regno Unito, che hanno condotto alcune case d’investimento a rivedere al rialzo le stime di crescita per quest’anno ed il prossimo. In Giappone segnali di fine della deflazione, aspettative inflazionistiche in ripresa, rally del mercato azionario, stabilizzazione dei titoli di stato e crescita della fiducia economica.

Sul mercato dei titoli di stato, la pubblicazione dei dati di occupazione di giugno ha portato la crescita dei rendimenti dei Treasury a nuovi massimi di periodo. Il messaggio inizialmente inviato ai mercati dalla Fed, e le sue conseguenze in termini di rialzo dei rendimenti sono alla base della successiva reazione di comunicazione da parte di Bce e Bank of England (quest’ultima all’esordio del nuovo governatore, il canadese Mark Carney), allo scopo di proteggere i propri mercati azionari dal rialzo dei rendimenti.

La dichiarazione della Bce, che si aspetta di mantenere i propri tassi ufficiali dove si trovano, o eventualmente più in basso, per un “esteso periodo”, implica inevitabili interrogativi sulla effettiva durata di tale periodo, ai quali Mario Draghi sarà chiamato a rispondere nei prossimi mesi. Resta tuttavia di considerare che le banche centrali europee possono isolare la parte a brevissimo termine delle proprie curve dei rendimenti ma sono meno in grado di frenare l’eventuale ascesa dei rendimenti sulla parte lunga della curva, in un contesto in cui la Fed ha ormai tagliato la domanda di carry trade, e mentre la crescita in Europa è (apparentemente) in ripresa.
I titoli di stato portoghesi hanno recuperato oltre metà di quanto perso dopo l’insorgere di attriti nella coalizione di governo. Tali attriti potranno essere riassorbiti ma i termini del salvataggio portoghese dovranno essere molto probabilmente ammorbiditi.

Sui mercati azionari, la settimana si è rivelata favorevole, dopo gli annunci di politica monetaria di Bce e BoE, anche se sul finale di seduta di venerdì il forte rialzo dei rendimenti statunitensi a seguito dei dati sul mercato del lavoro ha frenato l’ascesa dell’azionario europeo. I mercati azionari nelle prossime settimane potranno subire aumenti di volatilità, anche in presenza di dati positivi sulla crescita, a causa dell’incertezza che la rimozione del QE3 eserciterà sulla fiducia degli agenti economici e per il fatto che il rialzo dei rendimenti aumenta il tasso di sconto delle valutazioni azionarie in un contesto in cui non si intravvedono revisioni al rialzo delle previsioni di utili aziendali.

Per questo motivo sarà importante monitorare la reporting season americana del secondo trimestre, che inizia questa settimana, per le prospettive degli utili. L’azionario emergente nelle due ultime settimane ha smesso di sottoperformare i mercati sviluppati ma i timori restano, legati ai deflussi dai fondi. La forte negatività su tali mercati è confermata anche dalle survey che mostrano i gestori molto sottopesati su azionario emergente. E’ vero che, in tali condizioni, sono possibili rimbalzi anche consistenti, ma per essi serve comunque un catalizzatore, che al momento manca.

Sui mercati dei cambi, le valute rispondono come atteso alla “nuova normale” per i Treasury e per l’accresciuta volatilità: il dollaro quindi si rafforza contro praticamente tutte le divise, anche se maggiormente contro quelle che nei mesi scorsi avevano sperimentato forti afflussi di capitali alla ricerca di rendimento. In assenza di una stabilizzazione o miglioramento della situazione cinese, valute quali corona norvegese e dollaro australiano dovrebbero continuare a soffrire. Pur in presenza di segnali congiunturali migliori in Europa (che andranno comunque verificati), il dollaro presenta potenziale rialzista indotto da rendimenti più alti, congiuntura in miglioramento e calendario di rialzo dei tassi ufficiali più consolidato, almeno dal consenso attuale di mercato.

In settimana, materie prime in rialzo di quasi il 4 per cento espresso in dollari, guidate dal comparto energia, che beneficia delle crescenti tensioni in Medio Oriente e resta preferibile ai metalli base, frenati soprattutto dalla incerta congiuntura cinese. Metalli preziosi ancora penalizzati dalla prossima conclusione del QE3.

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