Svizzera, innocenti evasioni

Per noi poveri italiani, sempre impegnati a gesticolare freneticamente su ogni minuzia priva di senso, e ad elevarla a guerra di religione, ma anche a trovare soluzioni geniali per aggirare norme salvandone la lettera, un contatto con la cultura svizzera (o parte di essa) potrebbe avere un effetto straniante, ma molto istruttivo.

Leggete ad esempio questo articolo di swissinfo.ch sul “problema” dell’evasione fiscale nella Confederazione. Scoprirete molte cose: ad esempio, che in Svizzera esiste un problema di evasione fiscale, ma che l’incidenza dell’evasione medesima non è mai stata seriamente analizzata né quantificata, se si eccettua un vecchio studio (del 2006) di due docenti universitari (che l’articolo non cita nei dettagli), che la quantificherebbe ad un italianissimo ed altissimo 23 per cento di Pil.

Poi scoprirete che, anche in Svizzera, il problema sono i lavoratori autonomi e gli alti redditi, e non i dipendenti, che devono allegare il cosiddetto “certificato di salario” (che immaginiamo sia qualcosa di simile al nostro Cud) alla dichiarazione fiscale.

Tutto è cominciato con il caso eclatante della sindaca di Egerkingen, un centro del Canton Soletta, che ha reso noti i nomi di sei evasori fiscali totali, e per questo motivo sarà con tutta probabilità denunciata per violazione del segreto d’ufficio, che in Svizzera è parte integrante della privacy. “Lo stato non può usare mezzi come la gogna fiscale per fare pressione sui cittadini”, dice la responsabile del trattamento dei dati personali. A voi non sembra che qualcosa “suoni strano” in tutto questo argomentare?

E non è tutto: scopriamo pure che la Confederazione ha introdotto nel 2010 una sanatoria parziale (che loro chiamano amnistia), che permette ai contribuenti di regolarizzare la propria situazione pagando dieci anni di imposte arretrate, o tre anni nel caso in cui il denaro non dichiarato provenga da un’eredità. Peraltro, la sanatoria resta aperta, il che è quantomeno curioso. Sarebbe stato utile sapere se vi sono sanzioni penali, o se tutto è basato su una qualche forma di compliance “civica” o morale, ad esempio per timore di essere additati al pubblico ludibrio, che in Svizzera pare rappresenti ancora una sanzione efficace.

Nell’articolo campeggia un boxino di approfondimento, in cui si punta il dito contro gli “indipendenti” e le loro tecniche elusive. Leggete qui e diteci se non provate una infinita tenerezza:

La situazione è più complessa per i lavoratori indipendenti. «Conosco ad esempio casi di dentisti che propongono una riduzione del 20 per cento sugli onorari ai clienti che pagano in contanti», denuncia Margret Kiener Nellen. In questo caso, la frode è doppia: alla non dichiarazione del reddito si aggiunge quella del non pagamento dell’IVA.

Infine, è possibile imbrogliare il fisco anche gonfiando artificialmente le spese deducibili dalla dichiarazione fiscale (spostamenti, pasti professionali, eccetera). Anche in questo caso, le opportunità di barare sono più grandi per i lavoratori indipendenti.

Insomma, cosa c’è che non convince in tutto ciò, oltre ai toni estremamente pacati che noi italiani ci sogneremmo? Noi un’idea ce l’avremmo: che in Svizzera il segreto bancario lega le mani anche al fisco domestico, non solo a quelli esteri. E infatti, l’ammissione a mezza bocca arriva, preceduta da un sublime convincimento:

Sia quel che sia, le autorità partono dal principio che la stragrande maggioranza dei cittadini svizzeri è onesta e dichiara tutto ciò che possiede. Per questo il fisco non è propriamente impegnato in una caccia al potenziale truffatore. «Effettuiamo unicamente controlli casuali oppure quando abbiamo sospetti concreti di frode», dichiara François Froidevaux, capo del Servizio giurassiano delle contribuzioni:

«Le autorità fiscali non cercano cavilli, conferma Nils Soguel. Sono obbligate a reagire in caso di denuncia. Altrimenti sono un po’ più accomodanti. E ormai, con le dichiarazioni online, alcune rinunciano perfino a richiedere ai contribuenti eventuali giustificativi»

E quindi, che fare? Un’idea ci sarebbe, ma suscita orrore:

Il contesto può tuttavia cambiare. Già ridotto a brandelli sotto le pressioni internazionali, il segreto bancario potrebbe venir tolto anche per i cittadini svizzeri. I ministri cantonali delle finanze, che vedono ad esempio le autorità di Washington ottenere informazioni su clienti americani di banche svizzere, vorrebbero disporre delle stesse condizioni per dare la caccia ai contribuenti svizzeri sospettati di giocare col fisco.

Di recente, il governo si è detto disposto a fare un passo in questa direzione. Una proposta che non soddisfa però Nils Soguel: «Sarebbe un cattivo messaggio, come dire che gli svizzeri hanno qualcosa da nascondere. Si passerebbe da un sistema fondato sulla fiducia a uno fondato sull’autorità».

Stupefacente, non trovate? Allora: abbiamo un’evasione fiscale che il governo federale non ritiene di voler indagare né stimare ma la popolazione pare non avvertire il problema, verosimilmente perché la comunità (che in Svizzera rappresenta la chiave di volta della società) è intimamente convinta che esista compliance fiscale per motivi etici, e che non servano quindi interventi repressivi o inquisitori. Oltre a ciò, forse la pressione fiscale è talmente moderata che, ferma restando la “fiducia comunitaria”, a nessuno viene in mente di alzarsi e sbraitare il celeberrimo “pagare tutti, pagare meno” (che poi da noi non accadrebbe, perché all’aumento di gettito farebbe seguito non una riduzione delle aliquote ma un incoercibile aumento di spesa pubblica).

Se le cose stanno in questi termini, ipotizzando la persistenza del segreto bancario (che non pare propriamente “ridotto a brandelli”), è verosimile che il problema continuerà a non porsi, almeno sin quando il paese non si troverà in una crisi fiscale conclamata, di cui allo stato attuale non c’è traccia. Ma attenzione: se la Svizzera dovesse capitolare alle pressioni internazionali e diventare fiscalmente trasparente o anche solo meno opaca, a qualcuno potrebbe effettivamente venire in mente di indagare l’evasione fiscale domestica per recuperare imposte, dopo la più che probabile evaporazione di parte dei capitali occultati nella Confederazione.

Ed ora, dopo aver preso più o meno consapevolezza di quanto è complesso il mondo di là del confine, che possiamo fare noi italiani, otre a gesticolare ed accapigliarci sull’Imu? Forse potremmo e dovremmo evitare di fare come il Pdl, cioè di iscrivere poste attive di abbattimento del nostro stock di debito a seguito di futuribile negoziato fiscale con la Svizzera, e fare anche attenzione a chi vuol venderci per quattro soldi sofisticati prodotti di elettronica nei parcheggi degli Autogrill. Altrimenti non smetteremo mai di gesticolare, recriminando su quanto la realtà ci sia ostile.

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