Macromonitor – 14/7/2013

Azioni, obbligazioni, crediti e materie prime tutti in rialzo in settimana, con gli indici statunitensi al nuovo massimo storico, mentre il dollaro cala su letture più accomodanti delle intenzioni della Fed, dopo l’ultimo discorso di Ben Bernanke. Ma i tempi della reflazione di tutti gli attivi non sono ritornati.

I mercati hanno tutti reagito positivamente alle parole di Bernanke ma il dado è comunque tratto, con la riduzione degli acquisti della Fed prevista iniziare entro un paio di mesi. Tale riduzione avverrà non tanto per effetto di accelerazione nella crescita del Pil (che anzi dovrebbe rallentare nel trimestre in corso, soprattutto per decumulo di scorte, che dovrebbero recuperare nel terzo trimestre), quanto per il passo relativamente robusto di creazione di nuova occupazione. In questo scenario di mercato, vi sono alcuni rischi, che devono essere affrontati.

In primo luogo, la riduzione degli acquisti da parte della Fed, come già verificatosi, spinge gli investitori ad uscire dai comparti obbligazionari in cui negli ultimi anni si è concentrata la ricerca di rendimento: parte lunga della curva, crediti, paesi emergenti. La fuoriuscita degli investitori da tali comparti potrebbe causare problemi di liquidità che a loro volta potrebbero indurre ulteriori pressioni sui prezzi. Altra eventualità rischiosa è un’accelerazione nel rallentamento in atto nei paesi emergenti. Alcuni di essi manifestano pressioni inflazionistiche e debolezza del cambio che richiedono una stretta monetaria, che in alcuni casi è in atto. Ciò potrebbe condurre ad un peggioramento congiunturale sensibile per alcuni paesi emergenti, che alla fine potrebbe retroagire anche sui paesi sviluppati, motivo per il quale i prezzi dei metalli industriali potrebbero soffrire. Altro rischio è in Eurozona, dove gli spread della periferia non stanno più restringendosi in parallelo alla crescita dei prezzi delle azioni. La recessione nei paesi periferici sta producendo seri danni politici, ed il rischio concreto che l’agognata (pur se lieve) ripresa prevista per questo semestre possa svanire. Ulteriore elemento di rischio è l’aumento delle tensioni in Medio Oriente, che potrebbe spingere al ribasso i prezzi del greggio.

Sui mercati dei titoli di stato, i rendimenti delle aree core sono tornati a scendere, dopo le concilianti considerazioni di Bernanke. Il consenso resta per un rialzo dei tassi, pur se meno disordinato e tumultuoso di quanto visto nell’ultimo mese, sia nei paesi sviluppati che (soprattutto) in quelli emergenti. Settimana difficile per la periferia dell’Eurozona, sotto il peso dell’incertezza politica in Portogallo, Spagna e Italia, i cui spread sono tornati ai massimi degli ultimi mesi.

Sui mercati azionari, il rimbalzo della settimana porta a colmare oltre metà del ribasso degli indici globali avvenuto tra fine maggio e fine giugno. Il rialzo avviene con rendimenti dei Treasury in rialzo, il che suggerisce che i mercati azionari starebbero abituandosi alla risalita dei rendimenti. La reporting season statunitense del secondo trimestre è partita con un tono discreto, con una sorpresa positiva media dell’1 per cento sugli utili per azione.

Sui mercati obbligazionari a spread, restringimento per nomi statunitensi ed europei, per effetto di minori rendimenti dei sottostanti titoli governativi e recupero dei prezzi azionari. Resta ora da verificare se sull’evoluzione a breve dei rendimenti prevarranno ulteriori disinvestimenti o gli acquisti dei fondi pensione e delle assicurazioni.

Sul mercato dei cambi, i commenti concilianti di Ben Bernanke, mercoledì scorso, hanno innescato il maggior calo giornaliero del dollaro dal lancio della prima operazione di easing quantitativo, a marzo 2009, ma ciò non dovrebbe avere rilevanza pratica rispetto allo scenario centrale di rimozione dello stimolo monetario per gli Stati Uniti, e conseguente forza attesa del dollaro. Si riscontrano inoltre delle divergenze tra materie prime a valute di paesi produttori delle stesse: malgrado il recupero dei prezzi dell’energia, la corona norvegese, il dollaro canadese ed il rublo russo si sono semplicemente stabilizzati, mentre il rimbalzo dei prezzi dei minerali di ferro non ha frenato il deprezzamento del real brasiliano e del dollaro australiano. Questa divergenza ha pochi precedenti storici, e merita pertanto di essere indagata. Nel caso del dollaro australiano, il ribilanciamento in corso nell’economia del paese implica tassi in riduzione, e tale dinamica pare fare premio su prezzi delle materie prime più elevati. In Brasile, per contro, il ciclo di rialzo dei tassi potrebbe non essere credibile, e non indurre quindi un rafforzamento del cambio, perché si svolge in un contesto economico in via di indebolimento.

In settimana è proseguito il rally delle materie prime, guidato dai metalli preziosi, anche se il quadro di fondo non cambia, e stiamo quindi dirigendoci verso la fine del periodo di denaro eccezionalmente a buon mercato. Il rallentamento della crescita cinese conferma posizioni di sottopeso dei metalli base, stante l’elevata incidenza della Cina nella domanda globale di tale materia prima. L’indebolimento della domanda cinese di materie prime è destinato a pesare su molti paesi emergenti esportatori, e sui margini di profitto delle loro imprese.

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