Spagna, l’ironia di chiamarsi sicurezza sociale

Qualche mese fa vi avevamo segnalato l’operazione di creazione di domanda forzosa di titoli di stato effettuata dalla Spagna attraverso il proprio fondo per la Sicurezza sociale. In pratica il fondo, creato con i surplus dei contributi versati da imprese e lavoratori rispetto agli esborsi, aveva mutato politica d’investimento, inzeppandosi di Bonos per la quasi totalità del proprio portafoglio. In questo modo si sostenevano le quotazioni dei titoli di stato, già peraltro beneficiate dall’annuncio di Mario Draghi sulle OMT. Purtroppo, ora quel sostegno non solo viene meno, come da noi già segnalato mesi addietro, ma il fondo sta diventando sempre più venditore netto di titoli di stato.

Già lo scorso dicembre il fondo, creato nel 2000, aveva subito un prelievo netto di 7 miliardi di euro per pagare l’indicizzazione delle pensioni per il 2013 ed il bonus natalizio. Rajoy aveva così rispettato, pur se a caro prezzo, la promessa di non toccare i pensionati. Alla fine di questo mese, verrà attuato un ulteriore prelievo per 4,5 miliardi, per pagare la gratifica estiva delle pensioni ed alcuni rimborsi fiscali. Il fondo, quindi, che oggi vale circa 59 miliardi di euro, ha smesso di accumulare e sta distribuendo il proprio attivo.

Ciò avviene, oltre che per esigenze di cassa del governo, anche per il crescente squilibrio tra entrate ed uscite della gestione dei contributi di imprese e lavoratori, che sono in calo a causa della crisi, mentre gli assegni pensionistici sono in crescita inerziale. Nel primo semestre di quest’anno, i versamenti contributivi sono calati dell’1,57% sullo stesso periodo del 2012, mentre le uscite sono aumentate del 3,85%. Nel 2011 il deficit della sicurezza sociale spagnola era pari allo 0,1% del Pil, lo scorso anno ha toccato l’1% e quest’anno è atteso all’1,4%, mentre il governo medita da tempo una riforma pensionistica che noi italiani abbiamo fatto da quasi due anni (qualcuno lo dica, ai nostri ammiratori compulsivi della Spagna).

Queste sono le conseguenze della crisi: non solo un aumento della concentrazione di debito pubblico in mano ad investitori residenti, pubblici e privati ma anche l’apertura di numerosi rubinetti di spesa, tipicamente pensionistica e più in generale di welfare, che in qualche modo devono essere chiusi, con inevitabili effetti collaterali. A fine maggio, secondo gli ultimi dati forniti dalla banca centrale spagnola, le amministrazioni pubbliche detenevano circa il 14% dei 658 miliardi di euro di debito sovrano del paese, le banche il 31,5% e gli investitori non residenti il 37%, contro il 50% detenuto nel 2011, secondo un trend che anche noi italiani conosciamo bene, e che è frutto della frammentazione e chiusura per linee nazionali dei mercati europei del debito sovrano, causata dalla crisi.

Anche per la Spagna valgono le considerazioni fatte per l’Italia: il debito pubblico sta rapidamente divenendo non sostenibile a causa della persistenza della crisi, ed è inoltre inestricabilmente legato al sistema creditizio del paese. Simul stabunt, simul cadent.

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