Ti sistemo il paese

Un giorno qualcuno dovrà riflettere sul perché in questo paese le aziende che dovrebbero rappresentare dei “campioni nazionali” e competere su scala globale, siano esse pubbliche o private, tendono con regolarità impressionante a sfiancarsi e ad essere cedute a concorrenti esteri (se private) o ad essere “privatizzate” attraverso accrocchi barocchi fatti di scatole cinesi, sino al collasso finale, con corollario di recriminazioni e dibattiti politici, cioè di quegli stessi soggetti che tali aziende hanno condannato al declino.

La risposta esiste, ed è anche piuttosto intuitiva: nel paese mancano capitali di rischio, mentre abbondano capitalisti da debito il cui unico asset sono le connessioni politiche, lubrificazione delle medesime inclusa. “Capitani coraggiosi” che scambiano le figurine col potere politico:

«Io ti rilevo questa società ma tu mi assegni un bel goodwill fatto di strutture tariffarie invariate il più a lungo possibile. Piantiamola con questa menata dell’Europa e della concorrenza, serve solo a destabilizzare i budget pluriennali. Io non ho tutti i soldi, ma si crea una holding che controlla una subholding che controlla la società operativa (spero tre livelli basteranno, ma possiamo aggiustarci in corsa), e se mi trovi anche una “banca di sistema” che mi viene incontro, magari riesco a rilevare il 3% del tuo gioiello e ad averne il controllo completo. Come dici? Che faccio se la società operativa comincia a perdere colpi e non riesce a spingere dividendi sino alla holding? Ma perché preoccuparsi di simili dettagli, prima del tempo? Sarai mica un menagramo, poi? Ora scusami, ma devo partire. Devo andare all’ultimo convegno sul lago di Como, dove spiegherò come si governa questa complessa epoca. Al mio ritorno mi aspetta il compensation committee: dobbiamo modificare la retribuzione variabile degli executive, da performance bonus a retention bonus. E’ importante che le nostre prime linee si sentano tangibilmente motivate a restare con noi e produrre valore, anche in un momento in cui gli utili latitano»

«Poi lunedì vediamo i sindacati: devono rendersi conto che la situazione è delicata, e quindi occorre che accettino almeno i contratti di solidarietà. Se siamo fortunati riusciremo ad avere contratti di apprendistato anche per gli over 50, ne parlavo l’altro giorno con un ministro sensibile al tema della flessibilità, perché questo resta un paese ingessato, diciamocelo. Del resto, la crisi esiste per tutti, che possiamo farci? E poi occorre che le persone si rimettano in gioco, ad ogni età: lavorare in un contesto ambientale così challenging stimola la creatività. Come, scusa? I nostri concorrenti esteri vanno bene, o comunque meno peggio di noi? Eh, può essere, ma sai, noi siamo in un paese instabile, ci sono molte variabili che ci giocano contro. Ma siamo tutti consapevoli che occorre tutelare l’italianità. O no? Ora vado, devo vedere un sottosegretario per una cessione di ramo d’azienda con alcune criticità occupazionali. Perché non si dica che noi siamo insensibili alle istanze sociali: il lavoro ci sta molto a cuore, da sempre. Alla fine, un fondo strategico di sviluppo a capitale pubblico potrebbe darci una mano. Perché io non sono un turboliberista, sia chiaro: la presenza pubblica è e resta fondamentale, nel nostro sistema»

Questo è un monologo rigorosamente di fantasia. Come il paese in cui viviamo.

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