Quanto conta la crescita

La stima preliminare della variazione del Pil italiano nel secondo trimestre, come noto a tutti (visto il frastuono dei festeggiamenti politici), è stato migliore delle attese, con una contrazione di solo lo 0,2% trimestrale a fronte di attese per un calo dello 0,4%, e dopo i cali dello 0,6 e 0,9% dei due trimestri precedenti. Al momento non è ancora disponibile la disaggregazione dei contributi alla crescita, ma si ha motivo di ritenere che l’export possa aver giocato un ruolo ancora una volta positivo. Più in generale, il nostro paese beneficia di un movimento internazionale che, prendendo le mosse da un aumento delle vendite al dettaglio, ha determinato un calo delle scorte che a sua volta induce un aumento di produzione. Da qui, ad esempio, i dati particolarmente favorevoli provenienti dal manifatturiero internazionale.

Naturalmente, questa è una buona notizia per il nostro paese ma non una notizia “di cui scrivere a casa”, per usare un simpatico modo di dire degli americani. I quali americani hanno anche un altro motto che sembra creato su misura per il nostro paese: “l’alta marea solleva anche i relitti”. Quindi, calma e sangue freddo: una caduta non dura per sempre ma una ripresa spesso è solo di tipo statistico, e non anche umano, cioè non cambia la sostanza di un quadro sofferente dal versante occupazionale, allo stesso modo in cui pensare di risollevare un paese come il nostro attraverso il canale delle esportazioni ha assai poco senso, come oggi indirettamente conferma in una intervista al Fatto Quotidiano anche l’assai poco nichilista professor Francesco Daveri:

Una crescita orientata alle esportazioni, però, non risolve il problema occupazione
«Questo è il bicchiere mezzo vuoto. Le aziende globali non hanno più i fornitori nel distretto e spesso vanno a produrre nel mercato in cui vendono. Il paradosso è che ora aumenteranno i fatturati, ma almeno per un certo tempo non gli occupati»

Che poi, tanto “paradosso” non è. Quindi, che questa “ripresa” sia solo una ricostituzione delle scorte o qualcosa che consenta di raggiungere tra un paio di trimestri la “velocità di fuga”, resta da confermare. Ma la crescita, o anche la derivata seconda della decrescita (cioè la riduzione della velocità di contrazione), porta con sé anche una ripresa del gettito fiscale. Di questo stanno già accorgendosi alcuni politici, come Enrico Zanetti, responsabile di Scelta Civica per le politiche fiscali  e vicepresidente della Commissione Finanze della Camera, che ieri ha commentato:

«Se il trend delle entrate registrato nei primi sei mesi del 2013 trovasse conferma nella seconda parte dell’anno, la loro proiezione sulla base dell’andamento dei flussi nel 2011 e 2012 ci porta a stimare un possibile extragettito tra gli 8 e i 10 miliardi di euro, rispetto ai 477 miliardi di euro di entrate fiscali per il 2013 previste nel Documento Economico Finanziario approvato lo scorso aprile»

Ottimo punto. E ottima occasione per comprendere in modo quasi plastico perché serva la crescita, per curare ogni male. Se quegli 8-10 miliardi fossero reali, sarebbe possibile evitare l’aumento Iva e ridurre l’Imu, oppure (preferibile, al momento) agire per tagliare il cuneo fiscale. Se invece la contrazione dell’economia crea delle voragini aggiuntive nei conti pubblici, e queste voragini vanno coperte, ecco che diventa tutto maledettamente difficile e, soprattutto, pro-ciclico.

Ovviamente, se le cose dovessero effettivamente migliorare, subito avremmo poderosi ragli sulle modalità “sociali” per destinare questo “tesoretto” (termine per il quale servirebbero punizioni corporali), e riprenderemmo il teatrino. Ma non portiamoci troppo avanti, con i wishful thinking. Quello che deve apparire chiaro è che azioni di riduzione della pressione fiscale sono fattibili quando l’economia smette di contrarsi e cresce, sia pure di poco. E’ una banalità assoluta, ma non tutti ci arrivano.

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