Tra spread e piloti automatici

Malgrado l’apparente parossismo esistenziale che la sentenza di Cassazione su Silvio Berlusconi ha iniettato nel nostro desolante dibattito politico, i mercati hanno sin qui mostrato una considerevole compostezza, o meglio hanno semplicemente ignorato l’evento, prendendo per buone le analisi delle banche d’investimento internazionali, come JPMorgan, che da subito hanno assegnato scarso o nullo impatto del “caso Berlusconi” sul nostro rischio di credito. Proviamo a capire il perché.

Oggi sul Foglio c’è una intervista del bravo Marco Valerio Lo Prete a Giuseppe Di Gaspare, ordinario di Diritto dell’Economia alla Luiss, che ha appena pubblicato uno studio, dal suggestivo titolo “Anamorfosi dello spread“, nel quale viene in sostanza ed in sintesi avanzata la tesi che lo spread (sia in Italia che in Spagna) non sia condizionato tanto da fattori endogeni (le politiche economiche adottate nei singoli paesi) quanto esogeni, quale ad esempio la forte liquidità presente nel sistema finanziario globale, che indebolisce il cambio del dollaro e spinge quella che viene definita la “caccia al rendimento”. In questo senso, è la tesi di Di Gaspare, le politiche nazionali conterebbero poco o relativamente poco. Le cose possono stare in questi termini, ma servono alcuni caveat di peso. Oltre ad un commentino finale ad uso della nostra bassa cucina politica.

La caccia al rendimento, si diceva. E’ vero, ma essa necessita di  una precondizione: che i mercati percepiscano l’Eurozona, qui ed ora, come costrutto non reversibile. Questa percezione, corretta o fallace, è aumentata sui mercati da circa un anno, dopo il famoso “whatever it takes” di Mario Draghi. Ma anche dopo il nuovo “salvataggio” della Grecia, a fine 2012, che ha rappresentato una enorme concessione finanziaria ad Atene, in termini di abbattimento degli oneri finanziari legati al prestito sovranazionale. Attenzione: non si sta affermando che la Grecia abbia ricevuto un regalo, visto che l’entità dello stock di debito pubblico greco continua ad apparire assai poco sostenibile, ed il rischio di dover procedere a sua svalutazione, accollandone l’onere ai contribuenti europei (come peraltro già richiesto dal Fmi, per tutelare il proprio credito privilegiato), è tutt’altro che scongiurato.

La Germania sa che uscirebbe con le ossa rotte da una dissoluzione dell’Eurozona, ed i mercati sanno da tempo di questa “presa di coscienza”. Quindi per ora si naviga a vista, attendendo il responso del popolo tedesco ma con la netta percezione che, se la crescita non dovesse ripartire e la crisi mordere sino al punto da accrescere il rischio di insolvenza di alcuni paesi (Italia e Spagna in primis), i tedeschi si inventerebbero “qualcosa” per continuare a tenere la barca in linea di galleggiamento. Certo, sarebbe una grama esistenza, per tutti, ma non ci sarebbe reale alternativa, con buona pace di chi ancora insiste con l’idiozia della Germania “che esce da sola” dalla moneta unica.

Quindi, tutto bene? Per nulla. Sotto la minaccia di intervento di Draghi l’economia reale continua a degradarsi, anche se in questi giorni stiamo vivendo la speranza che qualcosa possa cambiare a livello globale, soprattutto per i paesi sviluppati, visto l’andamento molto confortante degli indici dei direttori acquisti di manifattura e servizi. Al netto dell’entusiasmo con cui parte della politica italiana ha accolto un Pil che si contrae “solo” del 2%, a fine anno potremmo essere a meno 1,5% e credere che le cose abbiano svoltato.

Quindi, data la percezione dei mercati (nessuna implosione dell’Eurozona, per ora), ecco che la liquidità può scorrere anche verso di noi, ed aiutare lo spread. Ma quello che è certo è che, se i paesi coinvolti nella crisi non avessero seguito e non stessero seguendo più o meno scrupolosamente l’ortodossia di Ue e Bce (giusta o sbagliata che sia), i mercati scommetterebbero sul collasso, e la liquidità globale sarebbe usata non per comprare Btp e Bonos bensì come munizione per scommettere sulla distruzione dell’euro. Questo è il senso del “pilota automatico”.

Questo significa che, pur nell’ambito di politiche economiche nazionali che si somigliano molto, giuste o sbagliate che siano (cioè non devianti), sui mercati prevale la calma della percezione di una volontà politica. E questo conduce al ragionamento svolto da Di Gaspare.

Implicazioni di politica interna, da questa situazione? Fossimo maliziosi, e vista la testata che ha divulgato il lavoro dell’accademico della Luiss, si potrebbe anche inferire, ad uso della nostra bassa cucina politica interna, che da un eventuale ricorso alle urne, magari provocato dal Pdl per “aiutare” Berlusconi, non cambierebbe poi granché, perché tanto esistono condizioni “esterne” (leggasi vincoli) che sorreggono comunque lo spread. Può essere vero, ma solo sapendo che, al termine dell’ennesima (finta) ordalia elettorale, il governo uscito dalle urne non potrebbe che rispettare le condizioni che ci hanno portato a questa “animazione sospesa”. Niente voli pindarici, quindi, e meno che mai suggestioni di referendum di uscita dall’euro: quelle magari servirebbero a qualche tribuno della plebe per vendersi la propria “narrativa” e starsene confortevolmente all’opposizione. Sarebbe ancora una volta il trionfo della “eterodirezione” degli affari politici di un paese, per opera di economia e mercati. Quanti invocano un improbabile “recupero di sovranità popolare”, e lo vedono nella andata alle urne, sappiano che si tratterebbe solo di una finzione operata “a monte”, perché “a valle”, cioè dopo le consultazioni, nulla cambierebbe di una virgola.

Certo, a noi, che siamo così inclini alla noia esistenziale, piacerebbe molto vedere un M5S col 51% dei voti, al solo scopo di vederlo disintegrarsi contro la realtà, tra uno strepito e l’altro contro i “poteri forti” ed i complotti globali, ma la lieve controindicazione è che questa disintegrazione avverrebbe con noi a bordo.

Comunque vada, al momento possiamo continuare a goderci il teatrino di un finto demiurgo e vero fallito che tiene col fiato sospeso solo i conduttori dei talk show politici estivi, attendendo le rilevazioni Auditel del mattino successivo.

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