Una repubblica fondata sulla retroattività fiscale

Per la serie “che significa essere un paese in crisi fiscale”, anche il decreto sulla eliminazione dell’Imu prima casa (più cig, esodati e piano casa) contiene numerose sorprese, caratteristiche di una repubblica delle banane. Sembra incredibile che, nell’anno di disgrazia 2013, un paese occidentale e formalmente retto secondo principi democratici continui ad essere piagato da vessazioni fiscali tipiche di altre ere storiche ed altri ordinamenti statuali.

Le prime bozze circolate del decreto prevedevano infatti l’imponibilità al 50% ai fini Irpef delle seconde case tenute a disposizione, e tale aggravio di imposte dirette era previsto retroattivamente a decorrere dal primo gennaio 2013. Poi il governo ha fatto sparire la previsione, ed assieme ad essa anche la deducibilità al 50% ai fini Ires dell’Imu pagata su capannoni industriali, che dovrebbe rientrare con la Legge di Stabilità (forse) e comunque decorrere dal 2014, perché ogni beneficio fiscale non sia mai che possa essere retroattivo, a beneficio dei sudditi.

Oggi scopriamo che tra le coperture ci sono anche le polizze vita ed infortuni stipulate o rinnovate entro il periodo di imposta 2000. Si tratta delle polizze che potevano godere della detrazione d’imposta del 19% su un premio massimo annuale di 1.291,14 euro, corrispondenti ai vecchi 2,5 milioni di lire, e che permettevano quindi una riduzione delle imposte massima di 241,32 euro. Dall’anno d’imposta 2013, invece, il 19% di detrazione sarà computabile solo su 630 euro, che scenderanno a 230 nel 2014.

Quindi il contribuente perderà, per il 2013, la somma di 125,62 euro, che nel 2014 diverranno 201,61 euro. Ed ecco quindi all’incirca pagata la rata media Imu per tutti i sottoscrittori di tali polizze. Ma il problema è altro, oltre alla ridicola sostituzione di imposte con altre imposte, anche nelle clausole di salvaguardia, con aumento di accise e di acconti su Ires ed Irap in caso di insufficiente copertura da extragettito Iva su rimborsi della P.A.

Il punto è l’indecente e reiterato ricorso alla retroattività delle norme fiscali. Lo abbiamo detto e ripetuto, ma conviene non smettere: lo Statuto dei Contribuenti, che tale retroattività fiscale vieta, non vale la carta su cui è scritto, perché privo di denti, cioè di cogenza. Allo stato, solo la sua costituzionalizzazione potrebbe (forse) rendere vincolanti le sue previsioni. Ma anche in assenza di vincoli così forti, resta che i governi italiani continuano indefessi a infischiarsene del principio di non retroattività, e ad agire nel più assoluto arbitrio da brigantaggio, evidentemente contando sulla incultura finanziaria ma anche sull’analfabetismo liberale e democratico di un elettorato che riesce ad eccitarsi solo di fronte a quelle che sono fiabe truffaldine e, così distratto, finisce col farsi sfilare il portafoglio mentre guarda i talk show politici in tv.

A questo punto, diciamola tutta: di questo passo, quali garanzie abbiamo che, prima o poi, per vendere l’ennesimo Colosseo ad un paese di c0glioni, la politica non metterà mano alla fiscalità sulla previdenza complementare? Ve lo diciamo noi: nessuna garanzia. Ed accadrà, di questo passo. Perché un paese come questo merita solo esiti di questo tipo.

P.S. C’è la netta e crescente sensazione che l’esecutivo stia spendendosi il gettito aggiuntivo che dovrebbe prodursi da qui a fine anno in base a previsioni economiche lievemente migliori. Non si spiegherebbero coperture così sghembe e qualitativamente scadenti, a meno di ipotizzare il solito cinismo andreottiano sui conti pubblici. Speriamo di sbagliarci perché, visto dove stanno andando i rendimenti sui titoli di stato ed il prezzo del greggio a causa delle tensioni mediorientali, oltre che considerando la stretta monetaria dei paesi emergenti, pensare ad una ripresa robusta rischia di rivelarsi una scommessa suicida.

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