Cose turche di casa nostra

Sul Financial Times, un editoriale sul sistema politico turco e sulle sue profonde disfunzionalità produce inquietanti assonanze domestiche.

Autore del commento è Sinan Ulgen, presidente del think tank di economia e politica estera EDAM, basato a Istanbul. Ricordando gli ultimi spasmi del sistema democratico turco, a seguito di una vasta inchiesta per corruzione che è giunta a lambire (ed oltre) la figura e l’entourage del premier Recep Tayyip Erdogan, Ulgen ricorda che il sistema politico turco viene periodicamente “rigenerato” da mandati popolari a favore di forze politiche che si presentano come paladini anticorruzione, salvo poi essere a loro volta travolti da scandali di corruzione, con intervento della magistratura che la politica considera ogni volta lesivo dei precetti democratici o più propriamente criptogolpista.

Anche lo scandalo che sta travolgendo il partito AK (che in turco significa, non a caso, “pulito”) segue dinamiche simili. I passaggi più impressionanti per noi italiani li facciamo raccontare allo stesso Ulgen:

«La corruzione ad alto livello in Turchia è principalmente legata al finanziamento della politica. In passato, decisioni arbitrarie sono state assunte per distribuire rendite economiche e far crescere ricchi alleati a cui affidarsi per finanziare la politica»

Ricorda nulla, ad esempio i nostri regimi di concessione governativa? Ma c’è dell’altro, ed è legato ad un tipo di regolazione che noi italiani conosciamo perfettamente, basata su regimi autorizzativi minuti e minuziosi e sui tempi della burocrazia, con accelerazioni e rallentamenti che hanno evidentemente un costo per il sistema, e che sono alla radice del brokeraggio parassitario della politica. Tali prassi sono state ridimensionate e vincolate con le grandi ondate di liberalizzazioni, anche del commercio estero, e si è reso quindi necessario aguzzare l’ingegno. E poi c’è il grande capitolo dei lavori pubblici, dove si sono formate le fortune di famiglie di “imprenditori” che rischiano con il fondoschiena e le tasse degli altri, finché ci sono soldi da succhiare:

«Con liberalizzazione ed eliminazione di molti strumenti discrazionali di policy – come permessi alle importazioni e licenze di produzione – il finanziamento della politica si è volto al settore delle costruzioni. L’assegnazione di lavori pubblici a gruppi amici del governo, le modifiche ai piani regolatori per favore società filogovernative e la concessione politicamente filtrata di permessi di costruzione  sono divenuti strumenti di distribuzione di rendite. Non è una coincidenza che molte delle accuse contro il governo riguardino la proprietà immobiliare. Questo ciclo di canalizzazione del denaro è una caratteristica della politica turca. E’ essenzialmente il modo in cui  la politica è finanziata»

Anche qui, vedete delle inquietanti similitudini? Il problema sono i costi della politica, che l’autore dell’editoriale definisce “veleno per la democrazia”. Esiste un problema di incentivi perversi che va contrastato e ridimensionato il più possibile, avendo consapevolezza che è comunque ineliminabile. Ma c’è un altro problema che mina la democrazia turca, ed anche questo è simile a quello che da circa un ventennio abbiamo noi italiani quando abbiamo deciso, nel moto pendolare che ci caratterizza, che il dialogo pubblico e la collaborazione tra forze politiche sono e restano una cosa esecrabile e “consociativa”, e che invece serve una sana e virile polarizzazione e bipolarizzazione. Dimenticando che a volte tale polarizzazione è solo coreografica e non sostanziale, e che la collusione continua a regnare sovrana:

«La seconda lezione è di investire in istituzioni non-partisan. I turchi devono smettere di vedere la democrazia come una competizione in cui il vincitore prende tutto. Tale approccio, bene illustrato dal maggioritarismo di Erdogan, è nemico dello sviluppo di istituzioni  indipendenti, inclusa una magistratura imparziale. Ma una magistratura politicizzata rappresenta un handicap strutturale. In aggiunta a contribuire a perpetuare la percezione di una democrazia a somma zero, è anche una barriera ad ongi reale sforzo anti corruzione»

«La recente inchiesta anti corruzione non è in realtà un segno di forza dell’indipendenza della magistratura turca. Molti osservatori ritengono che queste indagini siano emerse come risultato della disputa politica tra Erdogan ed il suo ex alleato, il predicatore Fethullah Gulen, che vive in Pennsylvania, i cui seguaci hanno raggiunto posizioni influenti in magistratura e polizia»

La conclusione è altrettanto “italiana”:

«Questa crisi ha messo a nudo le deficienze di una democrazia sfigurata da cicli di corruzione. Un ritorno alla normalità richiederà di dare la priorità a riforme che rafforzino l’indipendenza di un gruppo fondamentale di istituzioni statali e di riformare le regole sul finanziamento della politica. Prima la classe politica turca sarà in grado di raggiungere un consenso sulla indispensabilità di tale agenda di riforme, prima il paese potrà tornare ad una stabilità politica di lungo periodo»

E qui mi pare che l’autore si illuda, almeno se pensiamo ad un percorso simile a quello italiano, dove il finanziamento della politica causa periodici scandali, con interventi “selettivi” di una magistratura che “interpreta” la finzione chiamata “obbligatorietà dell’azione penale”, e periodiche ondate “insaponate” di pulizia retorica e populistica, che nulla risolvono realmente. Sin quando una devastante crisi fiscale non porta il sistema alla rottura. Come che sia, impressiona questa “sindrome turca” nata in realtà nel paese la cui élite politica cerca un “patto alla tedesca” che porti ad un sistema elettorale “alla spagnola”. Le delizie della vita in provincia, quando si è inguaribilmente malati di dissonanze cognitive.

Ma noi notoriamente siamo pessimisti, giusto?

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