Ascesa all’empireo fiscale

Mentre in Italia si dibatte sull’esito del referendum svizzero di ieri, che determinerà limitazioni all’immigrazione dalla Ue nella Confederazione, con toni ed accenti di rara stupidità ed assenza di comprensione minimale di fenomeno e sue ricadute, la Svizzera nei giorni scorsi ha già cominciato a pagare dazio alla “armonizzazione” alle regole della Ue, e lo ha fatto nell’ambito in cui sinora era stata invidiata e criticata: quello fiscale.

Nei giorni scorsi, infatti, Yahoo! ha annunciato lo spostamento del proprio quartiere generale per l’area EMEA (Europa, Medio Oriente, Africa) dalla Svizzera all’Irlanda. Anche questa notizia è stata letta dai nostri media secondo criteri desolatamente ed assurdamente italiani, mentre la realtà (al solito) sta altrove. Malgrado le smentite degli americani circa le motivazioni ultime dello spostamento, Yahoo andrà a risparmiare in modo consistente sul  proprio tax bill.

Vittima di questa relocation, come detto, è la Confederazione, ed in molti ritengono che ciò accada a causa della pressione della Ue verso Berna per “armonizzare” le proprie norme fiscali sulle multinazionali a quelle comunitarie. Attualmente la Svizzera offre, a società che fanno utili fuori dalla Confederazione, aliquote d’imposta che sono circa la metà di quelle pagate da aziende che operano su base interamente domestica. Tale distorsione ha indotto la Ue a fare pressione sul governo svizzero in base al principio di non discriminazione dell’imposizione tra aziende domestiche ed estere, minacciando ritorsioni sul pieno accesso svizzero al mercato unico comunitario.

Yahoo al momento è la società americana con la maggiore pressione fiscale su utili conseguiti all’estero. Secondo dati Reuters, la società oggi guidata da Marissa Mayer nel periodo 2009-2012 avrebbe avuto un tax rate medio annuo su utili esteri di ben il 27%, contro il 3% circa di Google ed eBay. La motivazione al trasferimento ci sta tutta, anche a non voler essere maliziosi. La Svizzera starebbe lavorando ad una riforma che abbassi l’aliquota fiscale sulle società rispetto all’attuale 21% non discriminando la provenienza degli utili, ma il 12,5% irlandese appare comunque fuori dalla portata di Berna. C’è sempre qualcuno più paradiso fiscale di te che ti epura.

E’ opportuno ricordare che l’Irlanda presto potrebbe perdere una delle proprie “peculiarità” fiscali: quella di ospitare società fiscalmente apolidi (spesso semplici caselle postali, da cui il nome di letterbox companies), che come tali praticamente non subiscono imposizione fiscale. Gli esiti del G20 di San Pietroburgo dello scorso settembre parlano chiaro: si va verso forme di repressione di tali schemi fiscali. L’Irlanda si è già messa all’opera per fronteggiare gli eventi, sia attraverso azioni di pubbliche relazioni che tentano di cambiare qualcosa per non cambiare nulla e preservare lo schema double Irish, sia cercando di attrarre aziende con stabile organizzazione, cioè con uffici e dipendenti realmente esistenti, da allettare con la propria aliquota Ires nominale del 12,5% ed effettiva dell’11,9%.

La Svizzera subisce quindi un primo colpo piuttosto pesante al proprio status di zona fiscale premiante ed accogliente, collocata tuttavia nel cuore di una regione che resterà sui libri di storia dei prossimi secoli per la propria governance autolesionistica. Quanto all’Irlanda, prima o poi subirà la reazione dei maggiori governi europei per questa sua fiscalità ultra-agevolata. Tale reazione sarà, tra le altre cose, nella forma di scordarsi di essere indennizzata per i 64 miliardi di euro spesi per salvare le proprie banche e non massacrare gli obbligazionisti senior e subordinati, su feroce pressione di Bce e Commissione Ue.

Nel frattempo, la nostra speranza di avere in Italia un dibattito sull’essenza dei veri problemi e non su fantasiose ed altrettanto idiote letture propagandistiche da cortile analfabeta, è destinata a restare frustrata. E questa continua a non essere una notizia.

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