Macromonitor – 9/3/2014

Nuovi massimi per i mercati azionari (con quello statunitense che ritocca il massimo storico assoluto) e dei crediti. Rendimenti obbligazionari in recupero ma ancora entro il corridoio degli ultimi 9 mesi. Tensioni geopolitiche sullo sfondo ma in crescita.

Prosegue il fenomeno visto da inizio anno: i dati macroeconomici e l’andamento dei mercati appaiono scarsamente correlati su base settimanale. Idealmente, l’attuale fase del ciclo economico, pur nelle distorsioni e nella non comparabilità col passato (dati gli eventi eccezionali che lo caratterizzano sul piano monetario e non solo) può essere considerata non ancora prossima a segni di surriscaldamento tipici del periodo che precede la fase di restrizione di politica fiscale e monetaria. Allo stesso modo, anche un’eventuale “ricaduta” della congiuntura sarebbe fonte di problemi non lievi, perché evidenzierebbe l’impotenza della politica monetaria a sostenere la congiuntura. Pertanto, la condizione congiunturale attuale appare la migliore per i mercati rischiosi, perché mantiene la propensione degli investitori verso tali asset class.

Per il momento, il rischio di shock all’economia resta in larga misura non sistemico e confinato alla dimensione locale (paesi emergenti e stretta monetaria per riassorbire i deflussi di capitale successivi al tapering della Fed, transizione dell’economia cinese verso un modello di sviluppo più centrato sui consumi domestici e meno su export ed investimenti, tensioni geopolitiche in Ucraina). L’area che mantiene al momento la condizione di crescita più solida restano gli Stati Uniti, come confermato anche dal rapporto sul mercato del lavoro in febbraio. L’Eurozona conferma un miglioramento nei dati di attività ma su essa pende l’incertezza per la persistente disinflazione (che la Bce ha confermato di considerare transitoria, come mostrano le sue previsioni a tutto il 2016). Il Giappone resta sotto l’incognita del nuovo anno fiscale, che inizierà ad aprile, e dell’impatto del rialzo delle imposte sulle vendite.

Sul mercato dei titoli di stato, la settimana ha visto un rialzo dei rendimenti, di 13 punti-base per il decennale statunitense, di 7 per il Gilt britannico e di 2 per il Bund tedesco. Su tale rialzo ha inciso soprattutto il dato di occupazione statunitense di febbraio. La Bce ha confermato la propria forward guidance, e di non avere alcuna fretta di agire per accelerare il ritorno dell’inflazione verso la soglia del 2% che rappresenta il suo mandato istituzionale. Per il momento i mercati mostrano di considerare più l’opportunità della ripresa dei livelli di attività che i rischi di accentuazione delle pressioni disinflazionistiche, che rappresenterebbero un elemento di seria negatività per i paesi più indebitati. Quindi, al momento, si osserva la migliore performance dei titoli di stato dell’Eurozona rispetto a Usa e Regno Unito e, entro essa, della periferia.

Sui mercati azionari, il report sull’occupazione statunitense di febbraio non ha fornito spunti ulteriori a indici che in settimana hanno comunque ritoccato i massimi storici assoluti, ma ha confermato la ripresa in atto su basi confortanti e l’attrattività del mercato azionario statunitense. Poiché il rischio di sorprese negative dai mercati emergenti appare in crescita, è utile la selettività nella scelta di aree e società che hanno elevata esposizione ai medesimi.

Sul mercato dei cambi, la conferma che la Bce non ritiene che in Eurozona vi sia un rischio deflazionistico, posizione suffragata dalla pubblicazione delle previsioni macro a tutto il 2016, ha spinto in rialzo l’euro, di fatto accentuando i rischi di ulteriori frenate dei prezzi. Mario Draghi ha segnalato tali rischi, parlando del recente passato, ma avere al momento escluso la possibilità di azioni non convenzionali di politica monetaria lascia l’istituto di Francoforte con la sola arma della moral suasion e della minaccia di intervento, che potrebbe quindi aver subito una erosione di credibilità. Lo scenario di consenso sui mercati resta il rafforzamento del dollaro in corso d’anno, anche se i target tendono ad essere modificati per incorporare la maggior forza dell’euro.

In settimana, materie prime in lieve rialzo, con ribassi per l’energia ma strappi al rialzo per l’agricoltura. Gli eventi ucraini hanno infatti spinto i prezzi di grano e mais, di cui il paese è rispettivamente il quinto ed il terzo maggior esportatore mondiale. Allo stato non si sono ancora registrati problemi effettivi di fornitura, e la probabilità che l’escalation del confronto possa condurre a sanzioni che coinvolgano i grani sembra bassa, anche se la situazione resta altamente imprevedibile.

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