Poletti e il cacciavite

Oggi audizione in Commissione Lavoro alla Camera del ministro Giuliano Poletti. Il quale ha ricordato a tutti, e forse soprattutto al suo premier, che il mondo resta un luogo molto complesso e prevalentemente ostile, che siamo e restiamo in una profonda crisi fiscale, che le riforme “a costo zero” continuano a non esistere. Ed al contempo si è esibito nella abituale esaltazione trionfalistica di quello che appare uno strumento di istituzionalizzazione ed accentuazione del precariato.

Sulla cassa integrazione in deroga, ad esempio, Poletti ha ribadito che non ci sono soldi:

«Concretamente nell’arco di quest’anno abbiamo un problema perché manca circa un miliardo per la cig in deroga, se guardiamo alle dinamiche dell’altro anno» (…) «questo tema ha bisogno di essere affrontato», avendo presende il rischio che, andando «verso l’esaurimento degli strumenti ordinari, la cig in deroga diventi il rifugio ultimo con un problema gigantesco per la traslazione di problematiche di tipo diverso. Occorre avere garanzie di copertura altrimenti rischiamo di avere problemi sociali immediatamente a valle»

Non c’è nulla di inedito, in queste considerazioni. Sono le stesse che ci portiamo dietro almeno dall’inizio della crisi. A noi resta il dubbio su come sia possibile evolvere verso il famoso “sistema universale di ammortizzatori sociali”, se restiamo in questa drammatica condizione di ristrettezza finanziaria, e se non passiamo attraverso una transizione dolorosissima, in cui altre centinaia di migliaia di posti di lavoro ormai defunti ma mantenuti allo stato di zombie verranno definitivamente soppressi.

Poletti, che ha dichiarato che il 2014 per l’occupazione sarà ancora un anno “molto, ma molto pesante”, ha poi difeso a spada tratta il dl Lavoro:

«Le imprese non avranno più la scusa come negli ultimi anni di trovarsi di fronte a norme pesanti e lunghe nelle procedure dal punto di vista burocratico. Ora il jobs act creerà occupazione perché è meglio avere persone che hanno la proroga del contratto per tutti i 36 mesi. Scompaiono le possibilità di ricorso al giudice del lavoro. Con le norme precedenti di fronte a questi rischi le imprese prendevano una via traversa, il contratto veniva interrotto sistematicamente dopo meno di un anno e si sostituiva una persona con un’altra. Io dico che ora il jobs act creerà occupazione perché è meglio avere persone che hanno la proroga del contratto per tutti i 36 mesi. Alla fine l’impresa, se sarà contenta, stabilizzerà il lavoratore. Se invece sono sei persone diverse con un contratto di sei mesi è più difficile che un lavoratore resti in azienda»

Poletti è troppo esperto per ignorare che, senza domanda, non ci sarà alcuna creazione di occupazione aggiuntiva ed infatti lo precisa in seguito, contraddicendosi. E’ stata effettivamente rimossa la rigidità all’ingresso causata dalla riforma Fornero, ma il prezzo è un’ulteriore accentuazione della precarietà ed uno iato sui tre anni del rapporto di lavoro. Nelle politiche del lavoro del governo ad oggi non c’è traccia di provvedimenti che vadano in direzione di eliminare o ridurre la natura profondamente dualistica del nostro mercato del lavoro, come potrebbe avvenire con un contratto unico a tutele progressive, che di fatto dovrebbe raccordarsi con la pura monetizzazione della risoluzione del rapporto di lavoro, riducendo significativamente i firing costs.

Per fare ciò, ovviamente, serve un sistema di ammortizzatori sociali universali, ma per essi non c’è il becco di un quattrino. Anche di questo eravamo consapevoli, da tempo. Forse lo era anche Renzi, prima di decidere di lanciarsi in messaggi del tipo “qui facciamo la rivoluzione, il mondo ci guarda”, e così spero di voi. Peraltro, Poletti non appare neppure interessato a cambiare il sistema dalle fondamenta, appagato com’è dalle misure di precarizzazione spinta che stanno venendo portate avanti ora:

«Non credo sia una cosa saggia arrivare e smontare tutto quello che c’è per dimostrare che quelli che c’erano prima hanno sbagliato e tu sei un fenomeno. Io parto dall’idea che quelli di prima normalmente hanno lavorato in positivo, quindi si guarda quel che c’è, se c’è qualcosa di totalmente incondivisibile allora si smonta, ma diversamente si parte dal punto in cui le cose vengono trovate e si cerca di edificare un ulteriore passo avanti perché altrimenti è più il tempo che si dedica a smontare quel che c’è di quello che riusciamo a dedicare a costruire il nuovo. Non mi troverete mai particolarmente impegnato a smontare qualcosa se non sono profondamente convinto che quella cosa così come è fatta è sbagliata e magari impedisce di fare ciò che reputo giusto fare»

Considerazioni di buonsenso, ma che ribadiscono la logica del “cacciavite” di cui ha fatto uso ed abuso (fino a morirne, vittima della televendita renziana) il governo di Enrico Letta. Dove Poletti si trasforma in un maldestro avvocato d’ufficio è poi sui famosi 80 euro di “aumento” mensile, per molti ma non per tutti, e neppure per quelli che ne necessiterebbero maggiormente. Argomentazioni invero bizzarre:

I pensionati “restano esclusi dai benefici perché, data la quantità di risorse disponibili, se avessimo spalmato i benefici”, che andranno ai lavoratori dipendenti, “su una platea più larga avremmo finito per parlare di 10 euro, come in passato”. Lo conferma il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, in una intervista a Radio Capital (Ansa, 25 marzo 2014)

Ripetiamolo, ché non guasta: se si agisce sui lavoratori dipendenti perché serve ridurne il costo del lavoro, allora serve concentrare tutte le risorse sulle imprese, via Irap, per tentare di evitare che i lavoratori dipendenti vadano ad ingrossare le fila dei disoccupati. Se invece obiettivo è quello di spingere i consumi, occorre concentrare risorse e benefici sui soggetti a minore reddito, che siano dipendenti o pensionati, e soprattutto sugli incapienti. Se invece si fa come sta facendo il governo Renzi non si è né carne né pesce, e si cade vittime di uno stato confusionale conclamato, che la difesa d’ufficio di Poletti non fa che rendere ancora più straniante.

Pare incredibile, e forse è un tentativo di non ammettere di aver commesso un errore marchiano, ma sentire giustificazioni come quelle di oggi di Poletti fa cadere le braccia ed altre parti anatomiche. Se la logica è quella di andare in giro a fare la ruota parlando di una cifra “robusta”, e se abbiamo deciso di fregarcene del posizionamento delle persone nella scala dei redditi, Renzi potrebbe disporre che l’aumento vada solo a “lavoratori dipendenti non incapienti con imponibile non superiore a 25.000 euro annui e nati nei giorni pari“. Vuoi mettere, poter annunciare al popolo che ci saranno 5 milioni di persone colpite da improvviso benessere da 160 euro al mese in più? Se riffa deve essere, che riffa sia per benino.

Come che sia, l’audizione del ministro conferma la sgradevole impressione delle ultime settimane: poche idee ma confuse, ancor meno soldi per attuarle. Poi, potete dire che state facendo la rivoluzione, ma la realtà resta sempre la solita str0nza.

P.S. Scommettiamo che il concetto di Jobs Act finirà con l’essere ridimensionato a gestione dei contratti a tempo determinato e non a riforma generale del mercato del lavoro e dei relativi ammortizzatori? Le premesse ci sono tutte, e Poletti stesso lo conferma, col suo argomentare.

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