La terra promessa nel paese degli equivoci

Oggi sui giornali compaiono due interviste al ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, che spiegano in modo piuttosto efficace lo stato di non altissima lucidità della nostra classe politica (e dell’esecutivo) di fronte agli spasmi del mercato del lavoro. Perché le grandi riforme continuano ad essere bloccate da interventi che preservano la frammentazione, mentre si continua ad argomentare ed agire al margine dell’esistente.

Intervistato da Repubblica, Poletti parla della necessità di favorire l’assunzione a tempo indeterminato, rendendo più costosa quella a tempo determinato. Ora, a parte che al momento l’esecutivo sta facendo di tutto per rendere appetibile per le imprese il tempo determinato, al punto di creare una sorta di “terra di nessuno” nei primi 36 mesi del rapporto (e già questa è una non lieve contraddizione), Poletti la vede in questo modo:

Come pensa di rendere conveniente l’assunzione a tempo indeterminato?
«Quello è il nostro obiettivo. Stiamo studiando un sistema per raggiungerlo. Oggi un contratto a tempo determinato costa l’1,4 per cento in più di uno a tempo indeterminato. Diciamolo: è troppo poco. Una differenza che non incide sulla scelta di un’azienda. Ma se un contratto a tempo determinato costasse il 10 o il 15 per cento in più di uno a tempo indeterminato, ecco che le cose potrebbero cambiare. Se io azienda, dopo alcuni periodi di assunzione a tempo determinato, mi trovo bene con un ragazzo, posso pensare che mi convenga assumerlo a tempo indeterminato perché così risparmio»

Tecnicamente come pensate di creare quel divario del 10-15 per cento tra le due forme contrattuali?
«Stiamo studiando. Ci sono diverse leve su cui agire, non solo quella fiscale»

Questo modo di argomentare di Poletti va in una sola direzione: stiamo agendo sull’esistente, non cambieremo la struttura dei contratti di lavoro. Se lo facessero, sarebbe del tutto evidente che non avrebbe senso continuare a parlare di “tempo determinato” e “tempo indeterminato”, perché esisterebbe (ad esempio) un contratto unico a tutele crescenti nel tempo, o meglio a monetizzazione crescente al crescere dell’anzianità aziendale. Invece si continua a tenere in essere (e si accentua) la natura duale del mercato italiano del lavoro, tra tempo determinato ed indeterminato, mentre si reiterano proclami che sentiamo e leggiamo da tempo immemore.

A dirla tutta, il sistema viaggia verso la precarizzazione o meglio verso il tempo determinato come regola di vita, perché alla progressiva uscita dal mercato del lavoro delle coorti anagrafiche protette si sostituiscono contratti a tempo determinato, quindi già per inerzia si arriva all’esito “americano” (per banalizzare). Però basta dirlo. Il fatto che il ddl con la seconda parte del Jobs Act, quella del contratto unico a tutele crescenti, sia da poco arrivato in parlamento per un iter che non appare affatto rapido, sembra suggerire che restiamo nell’ambito del “cacciavite”, che Poletti ha già dimostrato di apprezzare.

La situazione sta diventando così ambigua che anche a lavoce.info si pongono delle domande, che girano a Renzi:

«È il decreto lavoro, che liberalizza i contratti a tempo determinato, la riforma strutturale del lavoro?» (…) «Viene perciò da chiedersi se il jobs act consista unicamente nel decreto che liberalizza i contratti a tempo determinato»

Già. Diventeremo un paese di “apprendisti” di ogni età a 36 mesi di rinnovi senza causale, magari dopo aver messo fuorilegge i contratti di collaborazione per dire che “stiamo lottando contro la precarietà”? Se poi si pensa che il governo crede che quest’area temporale di 36 mesi di “liberi tutti” servirà a creare occupazione, consumi ed investimenti come scritto nel Def, c’è motivo di preoccupazione.

L’altra intervista di Poletti è a la Stampa. In essa il ministro pondera su come ridare lavoro ai cinquantenni. Perché questo è un dramma, quanto (e forse più) della disoccupazione giovanile. La ricetta è banalotta, come da attese e timori:

Ma cosa ha in mente per aiutare queste persone [gli over 50, nd Ph.] che sono circa mezzo milione?
«Il progetto va ancora studiato bene. Penso a un contratto di reinserimento per chi è ancora lontano dalla pensione e a qualche tipo di scivolo per chi invece è ormai prossimo a ritirarsi. Se avessi i soldi lo farei subito, ma prima dobbiamo trovare le risorse finanziarie per eventuali agevolazioni e tutto il resto. Ma è una cosa che questo governo vuol fare e anche presto»

Un “contratto di reinserimento” necessita per forza di cose di un costo del lavoro più basso. Se questa riduzione possa avvenire con tagli allo stipendio tabellare (cioè di fatto facendo saltare i contratti collettivi e giungendo a forme di contratto individuale) o attraverso erogazioni pubbliche che abbattano il costo del lavoro per l’impresa è da definire. Ma solo in astratto, visto che siamo un paese in grave crisi fiscale e soldi per welfare non ce ne sono. Ma è disarmante che il ministro ipotizzi un “punta-tacco” in cui da un lato si reinseriscono “anziani” in azienda e dall’altro si pensi ai classici “scivoli”, che ormai vivono solo nella fertile mente di politici e sindacalisti, ma non nella realtà.

Cresce la sensazione che in questo esecutivo ci sia un equivoco, se vogliamo definirlo così. Quello di fantasticare di riforme epocali mentre si tentano continui aggiustamenti al margine dell’esistente. Verrà un momento in cui gli slogan non riusciranno più a reggere il confronto con la realtà. Persino in un paese come questo.

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