Il fisco che causa debito

(post vagamente tecnico, sul magico mondo del fisco multinazionale)

Negli Stati Uniti le maggiori imprese tendono ad avere una posizione di liquidità molto ampia, anche secondo raffonti storici. Eppure, negli ultimi tre anni, il loro debito è aumentato in modo più che proporzionale alla generazione di liquidità, e la motivazione pare essere prettamente fiscale.

L’analisi, svolta da Standard & Poor’s, mostra che l’espansione di debito, resa possibile dal crollo nel suo costo, è servita soprattutto a finanziare riacquisti di azioni proprie, pagamento di dividendi straordinari ed investimenti fissi. Ma per quale motivo delle aziende ricche di liquidità avrebbero dovuto fare ricorso al debito?

Secondo S&P, la posizione di cassa delle 1.100 imprese sottoposte al suo rating da almeno cinque anni sarebbe cresciuta, nel periodo 2010-2013, di 204 miliardi di dollari, ad un totale di 1.230 miliardi di dollari. Nello stesso periodo, tuttavia, il debito lordo di tali aziende è cresciuto di oltre tre volte tanto, cioè di 748 miliardi di dollari, portando il totale lordo a 4.000 miliardi ed innalzando del 24% il debito netto, a 2.780 miliardi di dollari. Tra le maggiori 15 compagnie multinazionali statunitensi che comunicano dove si trovano le posizioni di liquidità infragruppo, lo scorso anno la posizione aggregata di liquidità è aumentata di 45 miliardi di dollari, e dello stesso importo è aumentato il loro indebitamento lordo, secondo le indagini di S&P.

Dietro questi numeri vi sarebbe il cosiddetto “rimpatrio sintetico di liquidità”, attraverso il quale imprese statunitensi che hanno molta liquidità nelle proprie controllate estere decidono di non rimpatriare tali fondi per non essere assoggettate alla tassazione Usa, ed invece distribuiscono fondi agli azionisti ricorrendo al debito. Il caso più noto di tale “rimpatrio sintetico di liquidità”, anche ai non addetti ai lavori, è quello di Apple, lo scorso anno, ma sono moltissime le imprese globali americane che si trovano nella stessa condizione.

L’imposizione societaria statunitense è di tipo Worldwide, mentre tutti gli altri paesi del G7 e 26 paesi Ocse su 34 hanno un sistema di imposizione territoriale, in cui cioè viene tassata solo la parte di utile prodotta in patria. La tassazione Worldwide americana tende a premiare l’investimento estero su quello domestico, ed in casi-limite possono aversi sussidi del fisco americano al finanziamento di investimenti all’estero, purché gli utili da essi prodotti non vengano rimpatriati. Qui una descrizione (interessante pur se partisan) ed un confronto dei due sistemi.

Tale strategia è ottimizzante sin quando i tassi di interesse si mantengono storicamente bassi, ma quello che colpisce maggiormente è che la tipologia di imposizione fiscale statunitense sulle proprie multinazionali pare aver avuto un ruolo (per quanto non come determinante unica) nell’aumento dello stock di debito di imprese la cui gestione produce abbondanti flussi di cassa liberi (free cashflow).

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