Laffer Baretta e le coperture in deficit

Oggi il sottosegretario al Tesoro, Pier Paolo Baretta, si è esibito in una dichiarazione che lo eleva di diritto al rango di lafferiano di rito voodoo, oltre che a quello di soggetto con debito formativo in lingua inglese. Sullo sfondo, si prepara l’ordalia degli emendamenti al decreto Irpef, di cui nei prossimi giorni vi daremo conto.

Sulla disputa con i tecnici del Servizio Bilancio del Senato, Baretta si schiera a spada tratta col suo premier:

«Noi come governo siamo convinti che i tecnici del Senato abbiano sbagliato: ci sono alcune situazioni in cui gli investimenti generano trade-off (in sostanza ritorni positivi, ndr) che possono essere usati come coperture». Così il sottosegretario al Tesoro, Pier Paolo Baretta, al convegno dell’Adsi (Associazione dimore storiche italiane) sul ruolo dei beni culturali. «Un nuovo approccio fiscale è necessario per uscire dalla stretta in cui siamo», afferma Baretta (Ansa, 13 maggio 2014)

Questa notizia Ansa è stata da noi riprodotta alla virgola, incluso ndr. Se qualcuno tra voi ora sta stropicciandosi gli occhi di fronte alla definizione di trade-off data da Baretta, e soprattutto alla traduzione datane da Ansa, sappiate che siete in buona compagnia.

Intanto, il trade-off è un costo opportunità, cioè la classica alternativa tra burro e cannoni in presenza (ohibò) di vincolo di bilancio. Più dell’uno, meno dell’altro, secondo il loro tasso marginale di trasformazione. Quindi non si tratta di “ritorni positivi”, come invece traduce l’estensore Ansa, e men che mai un trade-off equivale ad una “copertura”.

Ben più probabile che Baretta volesse dire che, finanziando un “investimento” in deficit, quel medesimo investimento può arrivare a produrre un rendimento superiore alle attese, e di conseguenza a generare un “tesoretto” di risorse che serviranno da copertura per aver finanziato quell’investimento in deficit. Ricorda molto la leggenda metropolitana di tagli d’imposte in deficit che si ripagano che tanto andava di moda in un’altra era geologica. Ma tant’è.

Ciò detto, se il “nuovo approccio” di cui parla Baretta è fare deficit spending ed attendere fiduciosi che la conseguente crescita ci doni il surplus di risorse fiscali necessario a coprire l’iniziale deficit, basta dirlo senza arrampicarsi sugli specchi. Ma se lo si dice riguardo il decreto Irpef ciò equivale a dire che quel decreto (che Baretta definisce pomposamente “investimento”) sta venendo finanziato in deficit, cioè non ha copertura. Sono politici, ci vuole pazienza: sarebbero capaci di dirvi che gli asini volano.

Quanto alla valutazione dei tecnici del Senato, prendete il punto in cui si afferma che la maggiore tassazione del risparmio non terrebbe conto di

«(…) possibili effetti sostitutivi che la nuova norma potrebbe determinare nelle scelte di investimento, ad esempio tra attività finanziarie nazionali ed estere»

Confessiamo che questa lettura dinamica del comportamento degli investitori-risparmiatori ci lascia alquanto perplessi. Non nel senso che non ci saranno comportamenti reattivi da parte dei risparmiatori, ma nell’esempio utilizzato. In molti finiranno col cambiare scelte d’investimento, ad esempio spostandosi da depositi bancari a titoli di stato: resterà tutto in Italia, ma le banche avranno un aggravio di costo della raccolta che peserà sui debitori, cioè su famiglie ed imprese affidate. L’estero non c’entra proprio nulla, anche perché la tassazione sugli interessi di un Btp, di un Bund tedesco o di un Bono spagnolo, per un nettista italiano, resterà invariata e pari al 12,5%. Quindi, esiste il rischio di spiazzamento ma non nel modo descritto dai tecnici del Senato.

Lasciamo Baretta al suo illusionismo e veniamo agli emendamenti al decreto Irpef. Da sempre, questa fase rappresenta il miglior passatempo per i parlamentari, che possono dare ampio sfogo e sfoggio del loro analfabetismo medio in materia fiscale. Qui trovate qualche anticipazione: tra esse, quella che ci provoca i sudori freddi è quella relativa all’ipotesi di limatura alla patrimoniale del 2 per mille sui depositi titoli, soprattutto per quelli dei “contribuenti più deboli”. Eccoli là. Ma in che modo si verificherà la “debolezza” dei depositanti? Creando una anagrafe centralizzata dei depositi bancari, che consenta di sommare tutte le posizioni detenute presso il sistema bancario italiano oppure solo su singole banche, permettendo alle persone di dividere in più banche i propri risparmi, e figurare quindi “deboli”? 

Ma soprattutto, è così difficile vedere che con questi accrocchi si cerca di inserire elementi di progressività in un sistema impositivo (quello sui redditi di capitale) che resta distorsivamente proporzionale, fatto com’è di imposte sostitutive? Se si continuerà ad intervenire in questa maniera frammentata, demenziale (e crescente) sulla tassazione del risparmio, anziché mettere mano ad una riforma organica che recuperi il principio di progressività e riduca al minimo le distorsioni e discriminazioni sulla tipologia di strumento d’investimento, ci attendono enormi guai. Che nessun affabulatore o contaballe potrà riuscire a neutralizzare.

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