La casa di debito europea è a costante rischio crollo

L’editoriale di questa settimana di Wolfgang Münchau, sul Ft, è dedicato ad un tema che su questi pixel viene trattato con alta frequenza: è ormai palese che noi occidentali siamo imprigionati in un mondo ad alto debito e bassa crescita, destinata ad alimentare il primo in un circolo vizioso che porta con sé il mancato riassorbimento della disoccupazione e di conseguenza implica forti e crescenti tensioni sociali, con un costante rischio di dissesto, pubblico e privato.

Prendendo le mosse da quello che è ormai un bestseller, il libro House of Debt degli economisti Atif Mian e Amir Sufi sulla crisi di debito privato degli Stati Uniti (di cui c’è anche un companion blog, in caso interessi), Münchau compie un raffronto tra la situazione americana e quella europea e giunge alla conclusione che è sotto gli occhi di tutti. In Europa il movimento di deleveraging, cioè di riduzione del rapporto di indebitamento, sia pubblico che privato, è appena iniziato e sarà lungo e doloroso, impedendo di fatto per molto tempo la crescita e ponendo i governi di fronte al tradeoff tra instabilità sociale ed instabilità finanziaria.

Il libro di Sufi e Mian esplicita che, negli Stati Uniti, più che di credit crunch, cioè di restrizione dell’offerta di credito da parte delle banche, siamo di fronte ad una balance sheet recession, cioè una recessione patrimoniale in cui è soprattutto la domanda di credito ad essere debole, perché le famiglie (ed in minor grado le imprese) vogliono solo sbarazzarsi dall’eccesso di debito accumulato negli ultimi anni.

In Eurozona, oltre al credit crunch bancario, abbiamo un eccesso di debito privato che di fatto non è ancora neppure stato scalfito. Anzi, la profondità della recessione ha messo pressione a questi rapporti di indebitamento. Ad esempio, il debito privato portoghese, in percentuale del Pil, è passato dal 226,4% del 2009 al 220,4% di fine 2013. E’ evidente che, con simili numeri, cercare crescita è puramente velleitario. Non solo: sempre in modalità “è nato prima l’uovo o la gallina?”, l’alto rapporto di indebitamento contribuisce a tenere depressa la crescita, che a sua volta mette pressione al rialzo all’indebitamento medesimo, almeno sin quando non si giunge al punto di rottura e scoppiano i default, personali ed aziendali.

Che a loro volta impattano pesantemente sui conti pubblici. Il tutto viene ulteriormente amplificato dalle pressioni disinflazionistiche/deflazionistiche necessarie al processo di aggiustamento europeo. Secondo Münchau (ed anche secondo il buonsenso), il rischio che si giunga a default per evitare sollevazioni popolari ed esiti elettorali “irrazionali” è destinato a crescere.

Da qui tutte le trasformazioni al quadro istituzionale che stiamo vivendo in Europa, prima fra tutte la nuova “regola del cerino” sulla risoluzione delle banche in dissesto:

«Non sono sicuro che gli investitori comprendano. Né sembrano comprendere le implicazioni della recente legislazione Ue, che stabilisce una nuova gerarchia di chi paga quanto ed in quale ordine quando una banca fallisce. Quando la casa di debito crolla, sono loro [gli investitori], non i contribuenti, ad essere i primi della lista»

Noi aggiungiamo che le banche centrali potranno (anzi, dovranno) sempre più intervenire in modo non convenzionale per evitare cataclismi, e questo finirà col valere anche per la Bce. Con buona pace dell’ortodossia tedesca.

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