Riforma della P.A., bastano docili esecutori?

Della riforma epocale della pubblica amministrazione italiana, annunciata nei giorni scorsi dal premier Matteo Renzi, al momento conosciamo solo alcuni dettagli di larga massima. E’ quindi difficile esprimere giudizi che vadano oltre l’impressione epidermica, che al momento è quella del tentativo di ridurre l’autonomia della dirigenza della P.A. in modo che essa divenga in modo più fedele (anche in senso letterale, come vedremo) il braccio esecutivo e la cinghia di trasmissione della volontà politica. Il che potrebbe anche avere senso, se non fosse che siamo in un paese dove la fiaba tenta costantemente di piegare la realtà ai propri desiderata.

Le bozze del provvedimento conterrebbero, tra le altre cose, la modifica dell’articolo 90 del d.lgs 267/2000, al cui comma 2, come segnalato da Luigi Oliveri (che della materia è certamente esperto, per ragioni professionali). Al comma 2 di tale articolo si aggiungerebbe il seguente paragrafo:

«in ragione della temporaneità e del carattere fiduciario del rapporto di lavoro si prescinde nell’attribuzione degli incarichi dal possesso di specifici titoli di studio o professionali per l’accesso alle corrispondenti qualifiche ed aree di riferimento»

Se partiamo dal presupposto “operativo” che la riforma della P.A. nasce anche e soprattutto sul principio cardine che lo spoils system deve essere libero di dispiegare i propri effetti senza rilevanti attriti, né a livello di costo del lavoro né a quello del processo di selezione del personale ai livelli più elevati della gerarchia, un simile provvedimento ha perfettamente senso. Se servono fedeli esecutori della volontà politica, perché affannarsi con l’inutile orpello dei titoli di studio, che spesso risultano a loro volta disfunzionali alle attività?

Come scrive Oliveri,

«Tradotta, la disposizione significa che i sindaci potranno nominare nel proprio staff esattamente chi vogliono ed attribuirgli l’inquadramento professionale che vogliono; in ipotesi, potrebbero anche assegnare la qualifica di funzionario o – perché no? – di dirigente anche a persone prive del requisito di accesso dall’esterno per concorso, cioè la laurea»

Di certo non ci formalizzeremo troppo ricordando che l’attuale premier è incappato, da presidente di provincia, nella censura della sezione giurisdizionale della Toscana della Corte dei conti per aver assunto nel proprio staff, assegnando loro la qualifica di funzionario, alcune persone sprovviste della laurea, che invece continua ad essere richiesta dalla legge, sino a sua modifica. Né saremo così maliziosi da pensare che una simile innovazione potrebbe tornare utile al premier per ribaltare in appello la (blanda) condanna per danno erariale infittagli dalla Corte dei conti nel 2011.

Per certi aspetti, questa innovazione nel rapporto di lavoro per alcune figure della P.A. appare come l’agognato superamento del valore legale del titolo di studio. Anzi, si va oltre: è proprio il superamento del titolo di studio, mi voglio rovinare, venghino! In fondo, queste sono le cose che accadono quando un paese vive immerso nella patologia, il superamento della quale produce altra patologia. E del resto noi italiani abbiamo una speciale vocazione per gettar via il bambino assieme all’acqua sporca. Ma è importante, ribadiamolo, comprendere che tutta la riforma renziana della P.A. è centrata su uno ed un solo principio: l’assoggettamento pieno ed incondizionato della burocrazia pubblica alla volontà politica. Per motivi di efficacia ed efficienza, si dirà. E chiunque obietti in materia verrà automaticamente incluso nei ranghi dei disfattisti o peggio, dei conservatori. Se poi nel pacchetto di misure si infila anche il dimezzamento dei permessi sindacali nella P.A., sarà molto difficile sfuggire al consenso a buon mercato, ed ogni analisi sarà destinata ad essere coperta da fischietti e sciarpe.

Che poi, questa pare sinora essere la vera cifra del riformismo renziano: assumere iniziative “anti-rendite” dall’elevato valore simbolico per conquistare il consenso di un’opinione pubblica che non ha tempo né spesso la capacità di grattare sotto la superficie dei provvedimenti, per scoprirne le spesso non lievi disfunzionalità. Noi per il momento su questa riforma sospendiamo il giudizio, come è intellettualmente onesto fare quando non si ha il quadro completo di un provvedimento. L’unica cosa che ci sentiremmo di affermare, a livello certamente epidermico, è che pensare di poter fare radicalmente a meno di una tecnostruttura professionale, sostituendola con soggetti dotati solo del titolo fiduciario del politico pro tempore in carica, si rivelerà una forma particolarmente virulenta di populismo, e come tale sarà punita duramente dalla realtà.

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