Perché mi guardi e non investi?

Intervistato oggi da Avvenire, il sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta, espone una sua personalissima teoria sul modo di espandere gli investimenti privati, e sulle leve da utilizzare per raggiungere l’obiettivo. Oltre a rivelarsi un robusto motivatore per imprenditori neghittosi, di stampo quasi kennedyano.

Baretta pare proprio ispirarsi a JFK, quando lamenta l’eccesso di aspettative generato dal governo Renzi (#maddeche?), che starebbe finendo col rammollire gli animal spirits dei nostri imprenditori. Non chiederti quello che il paese può fare per te, ma quello che tu puoi fare per il paese:

«Poi dobbiamo guardare in casa nostra. E qui dico che il governo può fare e farà la sua parte, ma c’è una esasperazione dell’attesa per quanto l’esecutivo può fare. E come se in campo ci fosse un solo giocatore. Serve invece un ricoinvolgimento [sic, ndPh.] collettivo, c’è bisogno di più fiducia»

La risposta è dentro di voi, dunque, ma è sbagliata:

«Dove sono gli investimenti privati? Languono, e gli ultimi dati della Guardia di Finanza ci segnalano anzi un incremento della fuga di capitali. Per questo ad esempio ho avviato contatti con molte casse e fondi pensione che hanno un patrimonio di 120 miliardi investito quasi tutto in debito e poco in economia reale»

Andiamo con ordine. Da cosa dipende la funzione degli investimenti? Premesso che gli investimenti possono essere di mantenimento della capacità produttiva (ad esempio, nei casi in cui si sostituiscono impianti ormai obsoleti e logori) o di espansione della medesima, la funzione ad essi relativa dipende dal tasso d’interesse reale pagato per effettuare tali investimenti, ovviamente raffrontato al tasso di rendimento previsto per i medesimi, e dal livello di attese di crescita economica, che tende ad essere correlato all’andamento recente dell’economia. Ve la facciamo molto semplice anche se non semplice quanto la fa Baretta.

Ora, a vostro giudizio, come è possibile ipotizzare forti spinte agli investimenti in presenza di un Pil in calo, con un credit crunch in essere (che tiene mediamente elevato il tasso reale del credito bancario) e con un tasso di utilizzo della capacità produttiva che sta finendo nel sottoscala? E badate che Baretta parla di investimenti privati, non di quelli pubblici, come quelli infrastrutturali, che avrebbero altro significato ed altro impatto potenziale sulla crescita, a livello di sistema.

Dire che abbiamo degli imprenditori demotivati (e pure un filo antipatriottici, vedi riferimento alla “fuga” di capitali) in un contesto del genere, vuol dire avere capito assai poco della situazione, ma questa continua a non essere una notizia. Quanto al concupito patrimonio di casse professionali e fondi pensione, lo abbiamo già detto: se li si vuole indurre ad investire di più in economia reale, è un’ottima iniziativa. A patto di mantenere un minimo di coerenza e non andare in giro a pestare i redditi di capitale su tutto quello che non è titoli di stato, come invece fatto da questo governo, con l’oscena divaricazione tra strumenti finanziari emessi dal settore privato (i cui frutti sono ora tassati al 26%) e quelli emessi dal settore pubblico (che restano tassati al 12,5%).

Tutto il resto sono chiacchiere agostane di un governo che si avvicina alla resa dei conti. Letteralmente.

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